La guerra è davvero finita?

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  • di Daniele Perra

L’incontro di Sochi tra Vladimir Putin, Hassan Rouhani e Recep Tayyip Erdogan ha sancito il definitivo fallimento del tentativo di disgregazione della Siria lungo linee etnico-settarie attraverso lo strumento geopolitico del terrorismo islamista.

Nel clima ancora mite di Sochi si sono incontrati in questi giorni i vertici politici di Iran, Russia e Turchia col preciso obiettivo di dare un futuro alla Siria dopo sei anni di conflitto. Il programma ufficiale dell’evento è stato tuttavia scompaginato dall’incontro anticipato, e quasi a sorpresa, tra il presidente russo Putin ed il suo pari grado siriano Assad.

I due non si incontravano dall’ottobre 2015 (ovvero, dall’inizio delle operazioni militari russe in Siria a sostegno del governo baathista), ma in oltre quattro ore di serrato colloquio hanno ribadito con forza il comune proposito di arrivare alla sconfitta definitiva del terrorismo. Bashar al-Assad ha ringraziato apertamente Putin e la Russia per aver preservato l’integrità politica e territoriale della Siria. Mentre Putin ha espresso ancora una volta la sua fiducia nei confronti del presidente siriano e la sua soddisfazione nel constatare i progressi sul campo dell’Esercito e delle forze lealiste e la disponibilità dello stesso Assad ad avviare un dialogo costruttivo con l’opposizione e le parti interessate a stabilire la pace una volta per tutte.

Il terrorismo è ad un passo dalla sconfitta totale; ora è il momento di lavorare per giungere ad una soluzione politica del conflitto

Queste le parole di Putin che il giorno successivo si è incontrato  col presidente turco Erdogan e con quello iraniano Rouhani per sottolineare ancora una volta non solo l’impegno congiunto di Iran, Russia e Turchia per la lotta al terrorismo e la soluzione della crisi umanitaria in Siria ma anche la volontà di proseguire nel progetto di unificazione del grande spazio eurasiatico attraverso una sempre più stretta collaborazione politica ed economica tra i suoi attori principali.

L’incontro è stato da molti interpretato come il sigillo finale al conflitto siriano. Tanto in Iran quanto in Siria ed Iraq si è gioito per la definitiva sconfitta dell’ISIS. Il Maggiore Generale Qassem Soleimani delle forza Quds delle Guardie rivoluzionarie iraniane si è complimentato con la Guida Suprema Ali Khamenei per la vittoria sull’entità takfiri ottenuta grazie alla sua prudente supervisione ed all’encomiabile sacrificio dei miliziani sciiti e sunniti che hanno contribuito al successo. Allo stesso tempo ha sottolineato il nefasto ruolo degli USA e dei loro alleati nel sostenere il terrorismo e nell’aver deviato migliaia di giovani dalla via del vero Islam spingendoli a morire in nome di un ideale falso e malefico. Un’affermazione di vittoria che ha fatto cascare dalle nubi i media occidentali che si sono guardati bene dal rilanciare una notizia che potrebbe essere percepita come un successo dell’Asse della Resistenza a discapito dei loro padroni anglofoni.

Tuttavia, alla naturale gioia per il successo fa da contraltare una realtà dei fatti notevolmente complicata. In Siria esistono ancora zone sotto il controllo di quelli che taluni si ostinano a chiamare “ribelli moderati”. I curdi sono divisi tra la collaborazione col governo di Assad in nome di una maggiore autonomia ed il soffocante abbraccio degli Stati Uniti, pronti ad utilizzarli come strumento per prolungare ad infinitum la destabilizzazione del paese. La Turchia è riuscita ancora una volta a mascherare una sconfitta trasformandola in vittoria. Il suo riposizionamento al fianco di Russia ed Iran, dopo l’ampio sostegno iniziale all’aggressione jihadista della Siria, è stato determinato in larga parte dall’ottusa campagna mediatica dell’Occidente contro il referendum costituzionale, dall’esaltazione della causa curda e dal rifiuto statunitense di estradare il predicatore milionario e leader della rete terroristica FETO Fetullah Gulen.

Inoltre, con il fallimento di quel mostro che in larga parte hanno contribuito a creare e nutrire, IsraeleArabia Saudita non possono più nascondersi e si preparano a contrastare l’egemonia iraniana nella regione attraverso uno sforzo congiunto volto da un lato a sdoganare il sionismo nel mondo arabo e dall’altro a contrastare militarmente in primo luogo gli alleati di Teheran ed in secondo luogo, attraverso l’appoggio nordamericano e la pressione economica, a provocare il cambio di regime nel paese degli ayatollah; demograficamente e militarmente troppo forte per poter essere affrontato in campo aperto.

Fonte: L’INTELLETTUALE DISSIDENTE