La pena di morte non ferma il male

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  • di Giorgio Pieri

La rivoluzione di Papa Francesco si fa avanti a piccoli passi, ma decisivi per un cambiamento della storia umana. Mentre Trump invoca la pena di morte per il terrorista colpevole di stragi in nome dell’Isis, il Pontefice va direttamente nella direzione opposta: l’abolizione della pena capitale. Non è questa la rivoluzione di Bergoglio, ma il contesto nel quale afferma tale dovere cristiano: il discorso per la promozione della nuova evangelizzazione, pronunciato mercoledì 11 ottobre 2017.

Due parole chiave per comprendere: ”Custodire” e “Proseguire”. La Chiesa deve custodire la verità, proteggerla dai nemici, dai falsificatori, e oggi dall’ideologia del nulla che permette tutto. Contemporaneamente si rende necessario “esprimere le novità del Vangelo di Cristo che, pur racchiuse nella Parola di Dio, non sono ancora venute alla luce. E’ quel tesoro di “cose antiche e nuove” di cui parlava Gesù, quando invitava i suoi discepoli a insegnare il nuovo da lui portato senza tralasciare l’antico (cfr Mt 13,52).” Don Oreste Benzi, fondatore della comunità Papa Giovanni XXIII, e servo di Dio di cui abbiamo celebrato i 10 anni dalla sua salita in cielo, aveva proprio la capacità di rendere attuale il vangelo perché pur custodendo la verità sapeva attualizzarlo attraverso la vita di condivisione con i poveri. Definiva “le nuove chiamate”, i problemi che richiedevano una risposta nuova, creativa e a volte geniale alla luce del vangelo.

Rispetto al tema della pena di morte, la Chiesa con le parole di Papa Francesco ribadisce che “si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. E’ in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore e di cui Dio solo in ultima analisi è vero giudice e garante. Mai nessun uomo, neppure l’omicida perde la sua dignità personale, perché Dio è un Padre che sempre attende il ritorno del figlio il quale, sapendo di avere sbagliato, chiede perdono e inizia una nuova vita. A nessuno, quindi, può essere tolta non solo la vita, ma la stessa possibilità di un riscatto morale ed esistenziale che torni a favore della comunità”.

Di questa presa di posizione ho parlato con una ventina di detenuti che espiano la loro pena presso la Casa Madre della Riconciliazione, situata sui colli riminesi, facente parte del progetto Cec apg23 (Comunità Educante con i Carcerati) dell’associazione comunità Papa Giovanni XXIII. Tra loro c’erano anche persone che hanno commesso omicidio e reati sessuali. Ho posto loro questa domanda: è giusto abolire la pena di morte? Sono rimasto sorpreso perché ho trovato resistenze e non pochi erano a favore della pena di morte. Poi, parlando, si è giunti a considerare la necessità dell’ergastolo a vita al posto della pena capitale. Ragionando e soprattutto considerando che il Papa ha abolito l’ergatolo ostativo tre anni fa dalla Città del Vaticano si è convenuto che il tema è davvero complesso e che la provocazione del Pontefice è enorme. Tempo fa ho visitato le carceri nello stato del Camerun, in cui è ancora vigente la pena di morte, dove abbiamo due case d’accoglienza per detenuti ed anche una forte presenza nelle carceri che sono veri e propri luoghi di tortura. Ventiquattro persone in 12 metri quadrati, con le catene ai piedi, condizioni igieniche assurde, cibi scadenti così come l’assistenza sanitaria. In una di queste ho conosciuto condannati a morte che lo Stato non uccide, ma di fatto li lascia in carcere. Mi viene in mente Woltair che mi disse: “Sono anni che i miei occhi non guardano oltre i 30 metri. Per superare questo blocco, sono costretto a guardare in cielo, dove c’è Dio”. Dentro per omicidio ha solo 32 anni, da 10 è in carcere e finirà la sua vita li dentro. Questi, come quelli che in Italia sono condannati con l’ergastolo ostativo usciranno dalla prigione solo da morti. Ecco perché il Papa ha parlato dell’ergastolo ostativo come di una “pena di morte mascherata”.

Ecco che allora siamo a dover considerare opportuno fissare una data di scadenza alla pena, al di là della tipologia del reato. Non a caso il Papa ha parlato di un diritto sottolienando che “a nessuno può essere tolta non solo la vita, ma la stessa possibilità di un riscatto morale ed esistenziale che torni a favore della comunità”. E’ ovvio che siamo tutti a chiederci: come è possibile offrire ai detenuti un riscatto morale ed esistenziale che addirittura abbia la forza di riparare al male fatto nei confronti della società? Sino ad oggi abbiamo risposto al male con il male. Il Pontefice ha detto che “nei secoli passati (…) il ricorso alla pena di morte appariva come la conseguenza logica dell’applicazione della giustizia a cui doversi attenere. Purtroppo, anche nello Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia. Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità nella comprensione del Vangelo”

Don Oreste parlando dei detenuti sin dall’inizio affermava che fosse necessario riconoscere l’opzione fondamentale: “quando una persona si pente del male fatto, non deve fare neanche un giorno di carcere, ma magari dedicare la sua vita per rimediare al male fatto con azioni a favore delle vittime e della società”.

Ecco allora che si rende necessario, anzi urgente, creare luoghi di vita dove si rende possibile l’espiazione della pena che restituisca giustizia alle vittime e alla società. L’esperienza mi insegna che chi compie il male, spesso l’ha subito. Il male cresce nelle ferite del cuore dell’uomo. Il male è una catena che si auto alimenta e non lo si a ferma con la violenza. Neanche la pena di morte ferma il male. Può fermare una persona, ma il male nella società aumenta. Che fare? Costruire comunità educanti dove il reo espia la pena lasciandosi educare.

La comunità Papa Giovanni XXIII sperimenta tale modello da oltre 15 anni. Oggi sono oltre 300 le persone accolte a costo zero per lo Stato. E’ possibile sperimentare la potenza del vangelo. La via del perdono, della misericordia quando è applicata con intelligenza, non cancella la giustizia, non degenera in buonismo. Ne è la prova il fatto tanti sono quelli che preferiscono il carcere alla vita comunitaria che è fatta di regole, di diritti, ma anche di doveri.

Arriverà il giorno che guarderemo le carceri, queste enormi colate di cemento, dove gli uomini vivono ingabbiati in condizioni disumane, e arriveremo a riconoscerne l’assurdità. L’evoluzione dell’umanità non può mantenere luoghi di morte in nome della giustizia. Anche i penitenziari come sono oggi concepiti verranno riconosciuti al pari della pena capitale, come un modo di rispondere al male attraverso una mentalità attenta alla regola, ma non alla persona.

L’eliminazione della pena di morte dunque porta necessariamente all’abolizione dell’ergastolo ostativo. Ma se un criminale deve uscire dal carcere dopo 30 o 40 anni si rende altresì necessaria la creazione di percorsi educativi che restituiscano alla società persone non più pericolose.

Tali percorsi rendono attualizzabile il vangelo che afferma che Gesù non è venuto per i giusti ma per gli ingiusti e soprattutto noi cristiani siamo chiamati ad amare i nemici. Amare significa certamente perdonare, avere misericordia, ma soprattutto creare le condizioni perché il reo non torni a delinquere. Laddove si possono sperimentare questi percorsi educativi, la recidiva si abbassa dall’80% al 15%. Ciò significa che la società applicando il vangelo, ha tutto da guadagnare in termini di sicurezza, ma anche dal punto di vista economico: investire sull’educazione, infatti, permette un risparmio di oltre tre quarti della spesa odierna.

Un esempio in questa direzione è rapprensentato dalle prigioni che utilizzano il metodo Apac – Associazione per la protezione e assistenza dei condannati – che sono nate in Brasile. Questi piccoli ma piccoli ma significativi segni di speranza, sono prigioni senza guardie dove la recidiva si abbassa dall’80% al 20%. Cioè su 100 persone che escono solo 20 tornano a delinquere contro gli 80 del sistema comune. Nel solo Stato del Minas Gerais sono 52 le carceri a metodo Apac ed i costi sono un quarto del metodo tradizionale. L’Onu l’ha riconosciuto come il miglior metodo nel panorama mondiale, mentre la conferenza Episcopale Brasiliana (Ceb) ha affermato che nelle città dove viene utilizzato questo sistema non è più necessaria la pastorale carceraria.

Prima di diventare un ente giuridico, l’Apac era formato da volontari che appartenevano al gruppo Amando il Prossimo Amerai Cristo. Essendo un metodo che ha per fondamento l’esperienza cristiana, non può che continuare a diffondersi. E’ la vittoria del bene sul male, il primato di una “giustizia educativa” che prende il posto di una “giustizia vendicativa” che è quella delle carceri.

Giorgio Pieri coordinatore cec apg23 (Comunità educante con i carcerati della Comunità Papa Giovanni XXIII)

Fonte: interris