La Repubblica dice la verità in un articolo ma il giorno dopo si scusa e lo cancella FOTO

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Giornalisti, impiegati e terroristi

  • di Sebastiano Caputo

Ma quale “accuratezza e imparzialità”, la Repubblica è complice di una guerra che si è portata al camposanto un’intera generazione e disintegrato un Paese sovrano. Tutta la vicenda dell’articolo sull’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani, pubblicato e poi rimosso dal sito internet.

E’una storia di giornalismo italiano, se così possiamo definirlo, che non può passare inosservata. Il 4 gennaio 2018 sul quotidiano La Repubblica è apparso un articolo sorprendente dal titolo “Siria, le narrazioni fasulle dell’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani che copre i crimini dei cosiddetti ribelli” firmato da un certo Carlo Ciavoni. Veniva sostenuto quello che in pochi, tra cui il sottoscritto (qui ne parlavo su Radio 1qui su Il Giornalenel lontano 2015), sostenevano da diversi anni: l’agenzia d’informazione con sede in Inghilterra, fondata nel 2006 e diretta da un solo uomo, Rami Abdel Rahman, è un generatore di bufale al servizio dei gruppi terroristici anti-governativi.

Dopo sette anni di guerra (per procura) e centinaia di migliaia di morti, La Repubblicaaveva finalmente accusato quella che per tutto questo tempo era stata la sua (e di tanti altri) fonte primordiale di notizie sul conflitto che ha insanguinato tutto il Medio Oriente, smascherando de facto la sua autorevolezza e credibilità in materia.

Un grande e inspiegabile cortocircuito che ha lasciato gli addetti ai lavori senza parole. Spesso queste smentite tardive sono funzionali allo stesso sistema informativo come forma di lavaggio della coscienza o di riciclaggio editoriale. Ma questa volta non è andata così. 24 ore dopo la testata di Mario Calabresi ha letteralmente trasformato il pezzo cambiandone titolo, contenuti e url.

Improvvisamente l’articolo è diventato “Siria, il difficile mestiere di informare” in cui la redazione si scusava coi lettori perché non si erano rispettati “gli standard di accuratezza e imparzialità”. Come se l’avessero rispettata in tutti questi anni riportando senza alcuna verifica le informazioni provenienti dall’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani. Ma quale “accuratezza e imparzialità”, La Repubblica (e non solo) è complice in quanto organo d’informazione di una guerra che si è portata al camposanto un’intera generazione e disintegrato un Paese sovrano.

Ma non è finita perché qualche ora dopo è apparso su Twitter un post dell’autore della prima versione, Carlo Ciavoni, dove scriveva: “ho commesso un grave errore. Lo ammetto. Risultato imperdonabile della fretta. Chiedo scusa ma il problema dell’attentatibilità dell’Osservatorio rimane. E come se rimane!!!”. Localizzazione: Città di Castello, Umbria. C’è quasi da immaginarselo. Barricato nella sua casetta di provincia, seduto alla scrivania davanti al computer, fiero del riscontro dei lettori e del traffico di click, poi ad un certo punto viene telefonato da qualche impiegatuccio della redazione romana che gli annuncia la modifica dell’articolo, ordini superiori, e il giorno dopo, superata la notte travagliata, lanciare quei 140 caratteri disperati, goffi e scoordinati. Prima le scuse, poi la verità, di nuovo.

Più volte si è detto che la Siria stata il cimitero dell’informazione occidentale. Questa storiella è la prova evidente di un giornalismo che in materia di politica internazionale mescola copia-incolla, fretta, ingenuità e malafede. Così di fronte a questa tragedia è bene ricordare chi invece è andato sul campo per sostenere una narrazione della guerra molto più argomentata, sincera, ragionata,  pagando il prezzo della verità anche con la propria vita. L’ultimo della lista è Khaled al-Khateb, un giovanissimo giornalista siriano, corrispondente di Russia Today morto quest’estate ad Homs colpito da un razzo lanciato dai ribelli. Ma questa storia non ve la racconterà nessuno. Né l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, né Carlo Ciavoni. Ognuno si scelga le sue fonti. E i suoi eroi.

Fonte: L’INTELLETTUALE DISSIDENTE