La sabbia mobile del web. Per un mi piace

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  • di Rino Cammilleri

Ragazzi, occhio, ché bisogna camminare con una mano davanti e l’altra dietro. Somma attenzione anche ai gesti irriflessi e istintivi, perché possono far passare i guai. Mi riferisco al pianeta web, da cui ormai solo qualche anzianissimo si tiene alla larga. Ora, l’ultima è questa (v. Corriere.it del 27 u.s.): tre anni fa uno di San Pietro Vernotico in quel di Brindisi ha pubblicato su Facebook un commento critico nei confronti del sindaco e di alcuni dipendenti comunali, che secondo lui lavoravano, diciamo così, poco e male.

Il post ha ricevuto sette «mi piace», un tipo di approvazione che per esternare la quale basta un clic. Magari automatica, magari la mano si è mossa da sola, magari stavi pensando la stessa cosa e ti è venuto d’impulso, magari avevi avuto anche tu le tue esperienze con quel Comune ma poi avevi abbozzato ma la solidarietà con chi aveva avuto la stizza di metterci la faccia è partita quasi da sola. Ebbene, gli interessati hanno querelato, e sono finiti sotto processo per diffamazione aggravata tutti quanti, sia l’autore del post che i suoi seguaci. In sintesi, adesso le cose starebbero così: critichi uno, quello si offende e ti denuncia, quelli che ti dicono che hai fatto bene finiscono alla sbarra insieme a te. Ora, un «like» (in inglese «mi piace») è però come una strizzatina d’occhio.

Peccato veniale. Solo che il «mi piace» resta su Facebook per sempre, mentre la strizzatina d’occhio dura un nanosecondo, tanto che lo strizzatore può, subito dopo, anche fare lo gnorri. Un esperto di diritto informatico, intervistato dal Corriere.it, ha ricordato l’unico precedente: a Genova comparve, sempre su Facebook, un post contro i rom (attenti a chiamarli zingari, è vietato) e fu subissato di «mi piace». Tutti condannati. Ma lì fu ravvisato un affronto alla famosa Legge Mancino che persegue gli incitatori all’odio razziale. Sul caso brindisino l’esperto ha i suoi dubbi, perché il reato di diffamazione prevede il dolo.

La domanda è: l’accusa può invocare il dolo in un gesto – che può essere anche irriflesso e semiautomatico – come un clic su «mi piace»? Alla Cassazione (perché sempre lì si va a finire) l’ardua sentenza. Tuttavia la mia solidarietà va ai sette malcapitati che magari pensavano che con quel loro clic la cosa fosse finita lì e dormivano tra due guanciali. Sì, perché anche a me a suo tempo accadde una cosa molto simile. E fu il motivo che mi indusse a chiudere la sezione «commenti» nel mio blog.

Una mattina il portiere del mio stabile mi consegna un plico su cui c’è scritto (sulla busta, visibile a tutti) che se non mi presento alla polizia mi costringerà la forza pubblica. Figuraccia coram populo a parte, apro il plico e trovo la data e l’ora di convocazione. Perdo una mattinata al commissariato indicato e apprendo solo allora la mia colpa: sono responsabile giuridicamente del mio blog (e questo lo sapevo), sul quale, mesi e mesi prima, uno sconosciuto lettore ha postato un commento a un mio articoletto di costume. Una svaccata da bar: certe categorie di gente andrebbero separate e rinchiuse in un campo apposito, ha detto suppergiù così. Per me è, appunto, solo un commento da osteria.

Per la polizia postale no: Legge Mancino, incitamento, odio razziale etc. Inutilmente obietto che io, non essendo un magistrato, non posso preventivamente “pesare” i commenti dei miei lettori (che potrebbero  anche non essere tali, visto che i miei post vengono spesso “girati” ad altri e da questi ultimi rigirati a chissà chi: per questo uno scrittore apre un blog, proprio per guadagnare fette sempre più ampie di pubblico). Come faccio, cioè, a sapere che quel che a me sembra un fesseria in realtà potrebbe non esserlo per la magistratura? E se dovessi, ogni volta, farlo – cioè, analizzare giuridicamente ogni commento onde vedere se configura una fattispecie di reato – a quel punto chiudo il blog o elimino la possibilità di commentare. Infatti, è quel che ho fatto. Perciò, attenzione, ché il web è sabbia mobile.

fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana