La sola democrazia tollerata è quella dei mercati privati e della finanza

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  • di Diego Fusaro

Nell’orizzonte della società classista globale e sans frontières, la “libertà” di accumulare ricchezze smisurate, per gli uni, convive con la “libertà” di morire di fame, per gli altri. Privata di ogni riferimento alla comunità sociale, la libertà è svilita a business privato per individui senza comunità e a libera iniziativa imprenditoriale concorrenziale.

Ancora, la libertà è intesa e praticata unicamente come liberalizzazione individualistica dei costumi e dei consumi e, dunque, come “liberazione” per la sfera della circolazione di ciò che ad essa è ancora interdetto per via della persistenza di vincoli religiosi, etici e politici. Con le parole di Carl Schmitt, «il liberalismo è una dottrina della libertà, della libertà di produzione economica, della libertà di mercato e soprattutto della regina delle libertà economiche: della libertà di consumo»: è, in altri termini, la dottrina della libertà come mero interesse individuale privato. La sola libertà ammessa nell’orizzonte monoculturale del pensiero unico politicamente corretto è quella coincidente con il liberalismo, ossia con l’autogoverno dei ceti globali ricchi: i quali, con la mediazione simbolica degli intellettuali come parte dominata della classe dominante, demonizzano come totalitaria ogni altra concezione della libertà e dell’organizzazione sociale ed economica. Ancora, la sola democrazia tollerata e glorificata nel regno della crematistica globale è quella coincidente con il plebiscito dei mercati dei capitali privati e della finanza liquida e desovranizzata di Wall Street e della City di Londra.

Più precisamente, la democrazia non democratica che il capitale produce a propria immagine e somiglianza – la free market democracy – è, de facto, l’ordine del capitalismo finanziario senza limitazioni, dell’universalismo dei diritti di libertà consumistica dell’individuo post-identitario astratto e in mobilità browniana perpetua nel piano liscio e pluridirezionale del mercato globale. Nella cornice del nuovo ordine rifeudalizzato, l’autorità non emana più dalla sovranità politica inscritta negli spazi degli Stati nazionali, ma dal denaro desovranizzato, immateriale e affrancato da ogni condizionamento legale, politico ed etico. La neolingua del pensiero unico la chiama “democrazia”, quando in verità la nuova società globalizzata si presenta come una blindatissima oligarchia di miliardari dell’upper class apolide di New York e di San Francisco, avallata elettoralmente da plebisciti composti da cittadini dimidiati (e ridefiniti come consumatori), privati tanto della base informativa imprescindibile per una corretta analisi della manipolazione mediatica, quanto dei diritti fondamentali – ancora garantiti nel quadro del capitalismo borghese e proletario – per un’esistenza degna di persone libere.

Secondo la ragione dominante, si dà piena coincidenza tra democrazia, libertà e capitalismo: sicché chiunque critichi quest’ultimo è esorcizzato senza riserve come nemico anche delle prime due. Per questo, la distruzione neoliberistica di ogni “eticità” nel senso hegeliano (famiglia, enti pubblici, scuola, sindacati, ecc.) prevede la distruzione dello Stato come momento culminante della vita etica borghese, affinché l’economico spoliticizzato diventi la sola realtà sovrana e, in maniera convergente, si dissolvano i vincoli etici della comunità, essi stessi incompatibili con la dinamica di allargamento smisurato della forma merce a ogni ambito. In questo nuovo contesto, il Signore neofeudale può dominare incontrastato.

Il nuovo ordine
E mentre trionfa questa nuova oligarchia su base classista e neo-feudale, il nuovo ordine simbolico e il politicamente corretto ripetono senza posa che il mondo post-1989, finalmente libero da totalitarismi e oppressioni, è entrato in una fase democratica, sia pure imperfetta e perfettibile. Occulta il fatto che quella encomiasticamente definita come democrazia corrisponde, invece, a una tecnocrazia efficiente (si pensi all’Unione Europea!) funzionale alla tutela dell’élite plutocratica e a un’oligarchia finanziaria di tipo classista, pur con alcuni diritti individuali garantiti. Precondizione della democrazia sarebbe, infatti, il primato della decisione politica democratica del popolo sugli automatismi fatali e ingovernabili del mercato.

Democrazia, in altri termini, significherebbe anzitutto la possibilità, per il popolo composto da individualità egualmente libere, di decidere quale forma e quale struttura assegnare alle relazioni economiche. Ciò è oggi reso impossibile dall’ordine neo-oligarchico e dal mercato divinizzato, oltre che dall’asservimento precarizzato del nuovo Servo e dallo scavalcamento della sovranità nazionale degli Stati democratici ad opera dell’oligarchia sradicata e delocalizzata.

I processi di desovranizzazione e di denazionalizzazione, divenuti centralissimi dopo il 1989, corrispondono ai necessari momenti di abbattimento tanto delle pur ampiamente perfettibili democrazie (non si registrano, ad oggi, enti democratici transnazionali), quanto della residua potenza eticizzante della politica in grado di disciplinare e governare l’economia di mercato.

Fonte: Tempi