La statistica piegata alla ragione governativa

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La statistica piegata alla ragione governativa

  • di Roberto Pecchioli

Entusiasmo. La disoccupazione scende ai livelli minimi da sei anni, il fisco scopre come non mai gli evasori fiscali, l’economia, come si dice, tira. Miracoli della campagna elettorale. Nuove menzogne, fake news nella nuova grammatica di lorsignori, ricavate dalla manipolazione delle statistiche: i numeri piegati alla ragion di governo.

Proviamo a vederci chiaro. L’acrobazia matematica è da trapezisti del circo Orfei, ma la rete di protezione è bucata e, ahimè, casca l’asino equilibrista. Diminuiscono i disoccupati, canta il coro mediatico governativo. Sarà, ma contemporaneamente scende anche il numero degli occupati. Ohibò, chi ha messo il coniglio nel cappello del prestigiatore? Semplice, i dati trascurano l’incremento di coloro che un lavoro non lo cercano nemmeno più. Il gioco è fatto. In un mese sono altri 110.000, ombre scomparse dalla statistica, tanti quanto la popolazione di città come Vicenza. Al governo c’è il mago Houdini, con l’aiutino degli esperti, i quali, attraverso appositi modelli matematici, aggregano, disaggregano, scompongono e ricompongono i dati. Anche la matematica è diventata un’opinione, quella giusta, riflessiva, filo governativa, un’arma da utilizzare nella contesa elettorale.

Chi si è orientato tra tabelle, ascisse, ordinate ed istogrammi riferisce di un’Italia in cui il Governo di Sua Maestà (UE, BCE, Troika, poteri finanziari) considera occupato anche chi lavora anche una o due ore la settimana. Vogliamo essere ottimisti, valutiamo il loro salario in 10 euro all’ora (un sogno proibito per moltissimi), supponiamo che lavorino, o meglio vengano pagati un’ora al giorno. Il loro reddito è di duecento euro mensili o giù di lì. Occupati sì, ma a conciliare il pranzo di oggi con la cena di domani.

I calcoli così rielaborati dai soloni di palazzo indicherebbero 173.000 disoccupati in meno su base annua. Nei fatti, esauriti gli effetti del mirabolante jobs act – fiscalizzazione degli oneri unita, guarda caso, a libertà di controlli personali sui dipendenti – la schiacciante maggioranza dei nuovi impieghi è a termine o a tempo parziale. Un articolo del Sole-24 Ore è giunto a ipotizzare la reintroduzione controllata dell’antica schiavitù, mentre Amazon, la piattaforma di acquisti online di Jeff Bezos, divenuto l’uomo più ricco del mondo, brevetta un braccialetto elettronico per monitorare i tempi di lavoro e detta il ritmo degli addetti allo smistamento dei pacchi con il tamburo. Facevano lo stesso sulle navi a remi del trapassato remoto, e si chiamavano galere…

Torna in primo piano l’alienazione descritta da Marx e lo straordinario affresco cinematografico della catena di montaggio in Tempi Moderni con Charlie Chaplin. Milioni di ore lavorate in meno certificano il fallimento del modello neo liberista e smascherano la menzogna delle fonti ufficiali. In più, un gran numero dei nuovi posti è di bassa qualificazione, dunque di infima retribuzione. Le indagini demoscopiche certificano scarsa fiducia nel futuro, mentre le previsioni degli addetti ai lavori ammettono che la sbandierata ripresa si è già arenata. Lo confermano la frenata degli ordinativi, i dati della produzione, ma soprattutto il verdetto negativo del sentire comune. Possono truccare i dati quanto vogliono, ma se dieci milioni di persone non si curano per carenza di reddito è fallito il sistema insieme con lo Stato che lo difende e l’apparato di consenso che lo sostiene.

Ci assicurano che 23 milioni di residenti hanno un’occupazione. Mediocre successo, si tratta soltanto del 58 per cento della popolazione in età da lavoro. Il paragone con i paesi guida dell’UE e con gli Usa è imbarazzante. Un ulteriore numero che spaventa è 4.076.000. Sono i dipendenti con numero di ore lavorate settimanali inferiore a 25, tra i quali 600 mila sotto le 10 ore. L’esercito di questi semi-lavoratori è cresciuto di ben 400.000 unità dal 2007-2008, inizio della grande crisi dei mutui subprime. Si tratta di numeri che rendono grottesco, per non dire tragico, lo scarto tra la realtà e la narrazione governativa. Non si azzardino a raccontarci che per molti lavoratori gli orari ridotti sono una scelta e che, in ogni caso, è sempre meglio di niente.

Forse qualche membro delle caste di potere aprirebbe gli occhi se frequentasse, magari in incognito, i centri per l’impiego, le agenzie interinali (quelli che “somministrano” esseri umani alle imprese) e le mense di carità. Ma anche no, giacché troppi sono servi consapevoli di quest’ordine sociale ignobile, il cui Vangelo è il PIL, prodotto interno lordo. L’indicatore riunisce ogni attività svolta per denaro; per aumentarlo hanno scelto da qualche anno di inserirvi i proventi di attività illecite come la prostituzione e la criminalità.  Se sono tanto abili nel determinarne l’incidenza sul PIl, perché non riescono a stroncarle o almeno a tassarle?

Con altrettanta pignoleria, i nostri eroi stimano in ben 200 miliardi di euro (quasi 400 mila miliardi delle vecchie lire) la cosiddetta economia non osservata, ossia il lavoro nero, il sommerso e illegalità varie. Sfuggirebbero così al fisco, alla previdenza e ai versamenti sanitari quasi tre milioni di persone e 100 miliardi di imposte, inevitabilmente caricate sulle spalle dei contribuenti. In particolare di quelli che attraverso la ritenuta alla fonte non possono sfuggire, di coloro che non si avvalgono, come fanno le grandi società di capitali e le entità finanziarie, dell’opera di brillanti professionisti specialisti in elusione, di quelle imprese non in grado di schermare attività e redditi nei numerosi paradisi fiscali di cui abbondano le periferie dell’impero del denaro. Tra quelli di prossimità, citiamo Monaco, San Marino, senza dimenticare il Lussemburgo di Jean Claude Juncker, il gerarca europoide nuovo amico di Silvio B.

Le menzogne travestite da successi esibiscono nuove medaglie nel settore tributario. L’Agenzia delle Entrate ha recuperato 20 miliardi di evasione in un solo anno. Sperando che le cifre si riferiscano al riscosso e non all’accertato, la scomposizione dei dati restituisce una realtà meno luccicante. Oltre un terzo del malloppo deriva da accordi di riscossione con i contribuenti, solo il 2 per cento (400 milioni) dallo sbandierato rientro di capitali. Il grosso della somma riguarda il recupero di tasse locali e multe stradali, ben 6,5 milioni provengono dalla rottamazione delle cartelle. Volgare condono se proposto dalla destra, intelligente operazione di cassa unito a sgravio di lavoro per gli uffici se proviene da sinistra.

Una volta di più, insieme con le bugie, si conferma che la vera evasione non è quella delle piccole e medie partite IVA. Un quarto di esse lambiscono ormai la soglia della povertà, dunque la loro evasione è di mera sopravvivenza. Anche a tacere l’immensa portata delle elusioni legali a vantaggio dei grandi, resta da sapere che cosa si stia facendo per far pagare il dovuto ai giganti della rete informatica, alle piattaforme digitali, al commercio elettronico, alla vasta area dei servizi finanziari, alle società-schermo estero su estero, a tutto ciò che viene celato nella zona grigia delle transazioni regolate nello spazio virtuale deterritorializzato.

La sola IVA sottratta all’erario, ma pagata a caro prezzo dai consumatori finali incisi dall’aliquota del 22 per cento che potrebbe diventare 25 (ce lo chiede l’Europa!), sarebbe pari a 36 miliardi di euro, più o meno come l’IRPEF evasa dall’economia sommersa, cui vanno aggiunti oneri previdenziali e versamenti sanitari.

Altra tassa occulta non meno devastante è quella della stretta creditizia. Le aziende faticano ad ottenere finanziamenti, nonostante le banche siano destinatarie della massa di denaro virtuale pompata da BCE, gli impulsi elettronici che creano moneta dal nulla. In tale scenario, sono inevitabili i problemi di liquidità, con la conseguenza di ritardati o mancati versamenti di contributi e imposte. Il gatto si morde la coda, riparte all’attacco il Leviatano Equitalia con ruoli, cartelle, sovrattasse, sanzioni, interessi.

Chi conosce il panorama economico nazionale meglio di tutti è il potere finanziario. Disinteressato alle balle elettorali, si prepara ad una nuova stagione di acquisti a basso costo. La razzia di quel che resta dell’azienda Italia ha come protagonista il più grande fondo privato del mondo, Bridgewater, che avrebbe già investito 3 miliardi in titoli italiani, scommettendo sul vento ribassista che presto tornerà a soffiare su Piazza Affari. Si tratta, come sempre, di operazioni allo scoperto, scommesse sulle difficoltà post elettorali previste – o forse organizzate – dalle loro altezze i mercati internazionali. Nel mirino della nave pirata di Ray Dalio Unicredit, Intesa San Paolo, Eni, Enel, Unipol, Terna, Generali, Leonardo, i gioielli di famiglia scampati ai lanzichenecchi in 25 anni di razzie. Segue a ruota AQR, che ha già investito un miliardo e mezzo sull’Orso, cioè sul ribasso della nostra economia, puntando, sembra, Saipem e Tenaris. La britannica Marshall lavora ai fianchi le banche Ubi e Bpm.

Il governo, ma con esso l’intero sistema di potere dello Stivale, meglio farebbe a non illudere i cittadini con promesse, a smettere di diffondere sostanziali falsità sulla fine della lunga crisi e dire francamente le cose come stanno, assumendo le responsabilità relative. Tra mille criptiche espressioni della neolingua anglo tecnica, bail in, jobs act, fiscal compact, temiamo fortemente che si avvicini il momento del game over. Il gioco è finito, ma per disgrazia non si tratta di un gioco. Come nei Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, “la commedia è finita”.

Fonte: Blondet&Friends Murizio Blondet