La verità che non vi ha detto nessuno sulla nostra Nazionale di mezzi campioni

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  • di Fred Perri

In questi giorni ne leggerete molte. Però non vi diranno, e non ve lo direte neanche voi, giustamente vergognandovi, la verità finale, la morale della vicenda

Non so, ma non ho ancora realizzato che non andremo ai Mondiali. In effetti, devo ancora realizzare di essere andato a San Siro invece di starmene a casa mia, al calduccio, non necessariamente con la frittatona di cipolla, la Peroni gelata e il rutto libero di fantozziana memoria, ma comunque in grazia di Dio. Una pizza e una coca cola e/o una bottiglia di minerale gasata, le babbucce. Io odio le code. Ho dovuto fare una coda bestiale per arrivare allo stadio. Ho dovuto fare una coda da paura per andare in bagno. Ho visto l’Italia franare nello sprofondo più cupo della sua storia calcistica.

Ho litigato con una donna (mi astengo da qualsiasi altro sostantivo o aggettivo altrimenti potrei essere additato come molestatore) con l’auricolare, di quelle che esaltano le loro mediocri vite una volta alla settimana tramutandosi in kapò. Insomma, per questa maledetta Nazionale ho deragliato dal Santo Proposito Numero Uno del Pensionato Modello enunciato nel 2015: stadi d’Italia, non mi avrete più.

E per cosa? Per essere testimone del punto più basso toccato dal calcio italiano nella sua storia. Allora, nel 1958, compagni, amici e bastardi di ogni genere e grado, avevamo qualche attenuante in più. Stavamo ancora risalendo dal baratro della Seconda Guerra Mondiale, avevamo perso la generazione di fenomeni del Grande Torino otto anni prima e la botta era stata forte.
Non eravamo (e non siamo) i tedeschi che si erano ripresi più in fretta di noi e nel 1954 avevano conquistato il loro primo titolo Mondiale.

In questi giorni ne leggerete molte. Però non vi diranno, e non ve lo direte neanche voi, giustamente vergognandovi, la verità finale, la morale della vicenda: a noi della Nazionale non ci frega una cippa perché in generale ci frega pochissimo dell’Italia, intesa come nazione. Il senso di appartenenza non è una nostra virtù. L’Italia come sentire comune viene dopo la mamma, i figli, l’amante, la squadra del cuore, il calcetto, la cotoletta, l’abbacchio, la pizza, la spiaggia, lo spritz. La Svezia, con tutti i difetti degli svedesi, è una nazione e le sue schiappe hanno giocato da squadra. I nostri mezzi campioni, no. Perché, a parte Gigione nostro – sempre sia lodato – stavano già pensando ad altro.

Fonte: Tempi
Foto: ansa