Le pulsioni egemoniche degli Stati Uniti e il protagonismo di Kim Jong-un: le trame di una disputa mondiale

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  • di Alex Angelo D’Addio

A tenere banco nel dibattito politico-globale delle appena trascorse settimane, sono le incessanti prove missilistiche della Corea del Nord, che hanno dato seguito alle risposte degli Stati Uniti d’America, per rispettare dei ruoli che i due Paesi si sono ritagliati nell’immaginario collettivo della politica internazionale negli ultimi anni.
Dal 2013, infatti, le prime avvisaglie di avversione giunte da Kim Jong-Un nei riguardi dell’amministrazione Obama avevano seminato timori tra le anime (non sempre) pie della Casa Bianca e della NATO; in quel caso, le minacce furono stemperate pressoché istantaneamente, a fronte soprattutto dell’incapacità nord-coreana di saper eventualmente reggere un conflitto di mastodontica portata, contro una realtà molto meglio consolidata in termini strategici e d’armamentario.

Ritornando ai tempi odierni, sembra al contrario che le intenzioni di Pyongyang siano mirate ad attentare allo strapotere statunitense, a rischio persino di inimicarsi definitivamente gli Stati limitrofi, specie alla luce delle ufficiali repliche governative di Giappone, Corea del Sud e Cina.

Ecco che la diagnosi della vicenda si polarizza sull’identità dei due Paesi, entro i parametri del contesto internazionale: da un lato, la Corea del Nord – per quanto controversa e trasgressiva – dispone di una sovranità che non vuole offrire su alcun altare, nemmeno dinnanzi a quello a stelle e strisce che ha destituito prima e distrutto poi il principio di autodeterminazione dei popoli in giro per il Globo; dall’altro, gli Stati Uniti sono indispettiti da una presa di posizione così secca e sfrontata, e questo dà dimostrazione del fatto che Washington invochi la tutela della giurisprudenza internazionale solo se vede attaccato il proprio diritto impropriamente acquisito di deliberare sui destini del Mondo, così come è avvenuto in ordine cronologico ieri in Iraq ed in Iran, e oggi in Siria.

Rispetto all’idea dei cittadini statunitensi sulla circostanza, si potrebbe dire che rispecchi ciò che l’opinione pubblica – dai simpatizzanti Democratici ai militanti Repubblicani – pensa genericamente dell’operato di Donald Trump nel suo primo semestre presidenziale: la totale assenza di progetto nell’agenda estera sta spargendo ulteriore confusione e paura suscala planetaria, così come internamente, ove già si paventa che le smanie di onnipotenza proveniente da Pyongyang possano da subito mettere a repentaglio la sicurezza della costa ovest degli USA, che geograficamente è piùesposta di qualsiasi altra area confederata della White House.

Ad avere maggior risalto, però, è l’assoluta complementarietà delle forze in gioco: un dinastico giovanotto è il contrappeso ideale ad un altro governante che invece di curare la propria personalità politica – principio principe di uno statista -, è ancora troppo tarato sulle esigenze mediatiche di costruire un personaggio che perfettamente si adatti al pubblico dominio.

Sullo sfondo, poi, incalza il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, già convocato ad esprimersi per prevenire l’eventualità di una guerra atomica, in ragione delle contestazioni di Seul, Tokyo, Pechino e Mosca, con il Cremlino che, sebbene condanni aspramente le intemperanze di Kim Jong-Un, si è ormai rassegnato alla frustrazione di aver definitivamente perso un potenziale alleato come Trump nella sfida al mantenimento di determinati equilibri geopolitici, in assenza di impulsi di dominazione.

Attualmente, fra terrorismo e spettri di una guerriglia all’insegna dell’idrogeno, il quadro internazionale si incupisce come non mai nel recente passato.