Le ricerche rivelano: coppie gay, figli a rischio

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  • di Stefano Parenti

Molte delle recenti accuse rivolte ai professionisti e molte delle pretese sulla cosiddetta stepchild adoption, la possibilità di adozione da parte di coppie di persone con tendenze omosessuali, si basano sull’assunto che due uomini o due donne adulte siano equivalenti ad una mamma ed un papà. Spesso, i sostenitori di queste opinioni si rifanno alla ‘psicologia’ o a delle non sempre ben definite ‘ricerche’, che attesterebbero l’assenza di differenza tra una famiglia “tradizionale” ed una famiglia omo-parentale. Ma è davvero così? Cosa dicono veramente gli studi sperimentali sull’omogenitorialità?

Per scoprirlo, è bene dotarsi di un piccolo manualetto da poco edito da Vita e Pensiero: “Omogenitorialità, filiazione e dintorni. Un’analisi critica delle ricerche”. L’autrice è la dottoressa Elena Canzi, collaboratrice del Centro di Ateneo per Studi e Ricerche sulla Famiglia, che da anni approfondisce la letteratura internazionale sul tema e che ha deciso di fare il punto della situazione da una prospettiva prettamente scientifica. Il cuore del volume è posto in risalto sin dalla Presentazione, firmata da Eugenia Scabini e Vittorio Cigoli: «Dal corpus delle ricerche presentate risulta di tutta evidenza la forzatura della tesi della ‘non differenza’” nello sviluppo tra i bambini di coppie omosessuali e di coppie eterosessuali» (p. IX).

Sia gli studi che analizzano le coppie di persone con tendenze omosessuali, sia quelli che si focalizzano sui figli di tali coppie, sia le ricerche sull’adozione, ovvero i tre capitoli in cui si divide il testo, letti con la serietà propria del ricercatore, svelano diverse criticità.

Primo: le ricerche sono poche e sono mal condotte. «Nella stragrande maggioranza dei casi i campioni utilizzati non sono rappresentativi della popolazione» (p. 13).

Secondo: laddove i dati sono intelligibili, emergono non poche problematicità. Ad esempio: le ricerche attestano una marcata preferenza dei figli per il ‘genitore di nascita’ a discapito del ‘genitore sociale’; le famiglie di origine (i nonni) sembrano fornire un supporto inferiore ai nuclei omoparentali rispetto alle unioni tradizionali; i bambini cresciuti da due genitori dello stesso sesso testimoniano una maggiore difficoltà negli ambiti del comportamento di genere e dell’orientamento sessuale; i ragazzi che vivono con due mamme lesbiche, in particolare, presentano delle criticità nella relazione identitaria con i genitori ed anche nel rapporto con i coetanei: «In sintesi possiamo dire che la situazione di disagio di questi ragazzi è di tutta evidenza nei confronti dei pari, soprattutto durante l’adolescenza, ma anche nei confronti dei propri genitori» (p. 34).

Terzo: le coppie omosessuali tendono ad essere meno stabili delle coppie eterosessuali, con tassi elevati di attività sessuale al di fuori della coppia, specialmente per gli uomini gay. Anche l’ambito della salute mentale e fisica sembra essere critico, poiché la popolazione omosessuale presenta un’incidenza superiore alla media di patologie psichiatriche, come i disturbi dell’umore o i disturbi d’ansia, nonché le dipendenze e la presenza di pensieri e/o atti suicidari. Paiono, quindi, molto sensate le parole conclusive dell’autrice: «L’adozione da parte di coppie omosessuali si configura quindi come un quadro molto complesso, in cui bambini e ragazzi si trovano a fronteggiare diverse situazioni di rischio e sono impegnati in compiti di sviluppo ‘aggiuntivi’ rispetto sia ai coetanei non adottati, sia ai coetanei adottati da coppie eterosessuali» (p. 51).

Quarto: stiamo assistendo ad un utilizzo ideologico della psicologia. Bisogna cambiare rotta: «La ricerca empirica va riconosciuta ed apprezzata per quel che essa è in grado di offrire e non caricata di compiti ad essa estranei come quello di giustificare una nuova concezione antropologica della filiazione» (p. XVI).

Fonte: la nuova bussola quotidiana