L’era dell’homo indebitatus

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  • di Diego Fusaro

Il sistema bancario figura oggi tra gli strumenti privilegiati con cui la nuova élite neofeudale plutocratica impone e organizza il proprio dominio. In particolare, la schiavitù formalmente libera che oggi dilaga nel nuovo mondo rifeudalizzato si regge, oltre che sulla finzione giuridica del contratto precario, sul dispositivo del debito e di quell’usura che «offende la divina bontade» (Inferno, XI, vv. 95-96): e che, inappellabilmente condannata da alcuni “spiriti magni” della coscienza filosofica occidentale (da Aristotele a Tommaso), diventa oggi sempre più massicciamente presente nello scenario globale.

L’asservimento della massa precarizzata e degli Stati sempre più espropriati della sovranità avviene, infatti, anche per il tramite di un debito le cui forme sono sempre più prossime al turpe lucrum dell’usura, suffragando la tesi di Proudhon circa la differenza puramente nominale tra la figura del banchiere e quella dell’usuraio. La nuova schiavitù economico-finanziaria della massa damnata della globalizzazione imprigiona colui che chiede il prestito in un debito che non potrà più rimborsare e, per questa via, lo priva gradualmente di tutto.

Con le parole di Ezra Pound, «the modern implement of imposing slavery is debt». Per questa ragione, gli architetti del mondialismo e gli ammiragli della privatizzazione integrale spingono gli Stati all’indebitamento pubblico e i cittadini all’indebitamento privato, collocando nei governi i loro ossequiosi maggiordomi e disarticolando dall’interno, con la retorica della “cessione della sovranità”, gli Stati sovrani nazionali come cittadelle delle comunità etiche non ancora dissolte e come fortilizi dei beni comuni non ancora “privatizzati”, ossia depredati dai signori globalizzatori.

È quanto è venuto sostenendo Maurizio Lazzarato nel suo studio La fabrique de l’homme endetté, ove si mostra come oggi domini l’etica del debito, con sostituzione programmatica del welfare con il debtfare: fin dalla giovane età, i cittadini tendono a contrarre debiti. Diventano, per questa via, dipendenti in forme sempre più pressanti dal sistema bancario, al quale dovranno restituire, nel corso della propria vita, i soldi presi in prestito. È, ad esempio, ciò che, dopo il 1989, sempre più frequentemente accade negli Stati Uniti d’America, ove gli studenti, per accedere alle università private, sono costretti a indebitarsi per poter sostenere le rette: contraggono debiti che dovranno estinguere durante la loro carriera lavorativa. In termini convergenti, la fabbrica dell’indebitamento opera anche sostituendo le tradizionali forme di sanità garantita e di previdenza sociale con assicurazioni private che rinsaldano il dispositivo catturante del debito.

Una spirale inarrestabile
Mediante l’impiego del credito come strategia di finanziamento del consumo (rate, prestiti, mutui, carte di credito, eccetera) il dispositivo di sfruttamento del lavoratore risulta raddoppiato. Questi è ordinariamente sottoposto ai processi di estorsione del pluslavoro ad opera dell’azienda presso la quale lavora e, insieme, in qualità di consumatore finanziato, si sottomette allo specifico ente bancario o finanziario che gli anticipa il danaro di cui necessita per il consumo.

Con il transito dal fordismo al precarismo della post-industrial society, l’economia ridefinita come new economy dell’immateriale e della delocalizzazione permanente ha cessato di essere trainata dai salari e dalla loro capacità di far accedere il Servo alla sfera dei consumi. Perché potesse continuare a sussistere la sfera della circolazione in presenza della compressione dei salari e della precarizzazione del lavoro, occorreva fare in modo che l’economia prendesse a essere trainata da un nuovo elemento: ed esso coincise con il debito e con la finanziarizzazione, con annessa ridefinizione delle moltitudini pauperizzate, anglofone e deterritorializzate come plebi post-identitarie dedite al consumo americano mediante pratiche di autoindebitamento permanente. Attraverso le forme del debito, il capitale riuscì a ottimizzare come mai prima d’allora i profitti. Poteva, ora, permettersi di retribuire a livelli incredibilmente bassi i lavoratori, senza intaccare la sfera dei consumi, e, insieme, di costringerli a indebitarsi e, dunque, a precipitare nella spirale di un debito destinato a non estinguersi mai.

La trappola del senso di colpa
In questo modo, l’etica del debito fa coincidere la produzione economica e quella della soggettività: e determina forme di dipendenza sempre più intensa della nuda vita e della società da un sistema bancario e finanziario intrinsecamente usurocratico, che si erge a creditore universale. Il sistema del debito genera “dispositivi di cattura”, che si rivelano simbolici e culturali, oltre che economici. Producono la colpevolizzazione permamente del soggetto e il suo intrappolamento nella rete della inestinguibile restituzione rateale.
Ne segue, peraltro, il paradosso evocato da Derrida di un micidiale sistema che, mediante i meccanismi dell’indebitamento, getta nella disperazione una parte sempre maggiore dell’umanità e la esclude da quel mercato che, con movimento contrario, aspira per sua essenza a includere tutto.

Fonte: Tempi