Liceo si vanta di non avere studenti disabili

0
disabili

No, non manderei mio figlio in un liceo che si vanta di non avere studenti disabili

  • di Iacopo Melio

Marketing razzista che sceglie la ghettizzazione all’inclusione, sottolineando quanto certe diversità siano una “zavorra” e non una ricchezza per i ragazzi.

Se oggi so fare gli origami è grazie a Franco, bambino cinese che nel mio primo giorno di scuola materna, quando avevo quattro anni e mezzo e una paura tutta intera di restare senza mamma, mi ha insegnato che alle volte basta un amico per ingannare il tempo.

Perché ho capito che se Mirko, in seconda elementare, mi ha spinto contro un termosifone di ferro ammaccandomi le gambe, non è stato per cattiveria.

Perché se un giorno Sara non voleva salire sul pulmino, alle scuole medie, il mio ritardo era il ritardo di tutti, ed era bello fare tardi se ogni volta, Sara, sul pulmino ci saliva 10 secondi prima rispetto a “ieri”. Il più bello dei traguardi.

Perché quando, sempre alle medie, Lorela usciva di classe nell’ora di religione, sgattaiolavo fuori a tempestarla di domande, e la sua visione delle cose si accostava alla mia, saziandomi più del panino al prosciutto che avrei mangiato l’ora dopo. E il prosciutto finiva per mangiarlo anche lei, offrendole un morso, anche se resto col dubbio che non avrebbe potuto accettare – e forse è per quello che le sembrava così buono, mentre per me era un normalissimo panino al prosciutto.

Leggi anche Disabile picchiato dai bulli a scuola, la madre: «non è più riuscito a dormire»

Ecco perché non manderei mio figlio al liceo classico Ennio Quirino Visconti di Roma. Non è passato inosservato, infatti, il rapporto di autovalutazione che la scuola ha pubblicato nel sito del Miur alla voce “La scuola in chiaro”, inserendo nel proprio curriculum il seguente testo:

«Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente, mentre si riscontra un leggero incremento dei casi di Dsa. Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento, limitando gli interventi di inclusione a casi di DSA, trasferimento in entrata o all’insorgere di BES».

Insomma, la costruzione di un valore sociale “elevato”, convinti di possedere un certo lustro, per attirare la medio-alta borghesia che vive nella zona centrale di Roma. Marketing razzista che sceglie la ghettizzazione all’inclusione, sottolineando quanto certe diversità siano una “zavorra” e non una ricchezza per i ragazzi.

E allora voglio concludere con un esempio bello. Perché per ripulire lo sporco dovremmo sempre imparare da chi sceglie di sedersi in fondo, nelle ultime file, e non in cima. E in questa penombra ha scelto di starci il Liceo Classico Dante Alighieri, nonostante sia frequentato da una “fetta sociale” simile a quella del Visconti, distanti appena 1,5 km tra loro, sostenendo:

«Nell’anno scolastico 2016-17 è stato attivato il progetto biennale, Percorsi di integrazione, che si rivolge a tutte le classi prime del liceo Dante Alighieri; l’obiettivo è quello di fornire ai ragazzi gli strumenti necessari per avviare, facilitare e consolidare il processo di conoscenza in un clima di rispetto reciproco, crescita e cooperazione all’interno del proprio gruppo classe, inteso come fondamentale fattore protettivo per il benessere psicologico e la salute mentale, per prevenire situazioni di disagio relazionale che sono precedute e favorite da fenomeni di isolamento, esclusione e prevaricazione. Il progetto è un’attività integrata con quella della ASL Roma 1 ed è promosso dalla Fondazione Internazionale “DonLuigiDiLiegro” onlus e dalla Fondazione “D’Harcourt”».

Ecco, quella del Dante Alighieri, ricordandoci che non importa dove nasci, in quale territorio o famiglia, ma che ciò che conta davvero sarà sempre il voler fare la scelta giusta, diffondendo tolleranza e integrazione, è la più bella delle lezioni possibili. Ed è lì che vorrei che crescesse mio figlio.

Fonte: Fanpage