L’uomo che non schiacciò il bottone rosso (ed evitò la guerra nucleare)

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  • di Gaetano Vallini

Storia del tenente colonnello sovietico che nel 1983 capì che non era in corso un attacco Usa, ed evitò la guerra. «Ero l’uomo giusto al posto giusto al momento giusto»

Articolo tratto dall’Osservatore romano – Se n’è andato in punta di piedi, a 78 anni, senza che nessuno lo ricordasse. Eppure lui, Stanislav Evgrafovich Petrov, ex tenente colonnello dell’esercito sovietico, è l’uomo che trentaquattro anni fa salvò il mondo da un conflitto nucleare. È morto il 19 maggio scorso nella sua modesta abitazione a Frjazino, vicino a Mosca, dimenticato da tutti. E probabilmente non si sarebbe neppure saputo se qualcuno non fosse andato a cercarlo in vista dell’anniversario del 26 settembre, il giorno — era il 1983 — in cui prese la decisione che evitò la terza, e forse ultima, guerra mondiale.

Una storia emblematica la sua, soprattutto oggi, che è divenuta concreta la minaccia di un conflitto nucleare a causa della crisi coreana. Come altre volte Petrov aveva preso servizio nel bunker “Serpukhov 15”: un turno di notte come tanti a osservare i dati che monitoravano le attività missilistiche statunitensi. Una notte che sperava tranquilla: tranquilla per quanto possibile in un periodo particolarmente drammatico della Guerra fredda, il più critico dai tempi della crisi dei missili di Cuba. Pochi mesi prima il presidente statunitense, Ronald Reagan, aveva definito l’Unione Sovietica «l’impero del male», la sua amministrazione investiva massicciamente in armamenti, mentre la Nato era impegnata nell’operazione “Able Archer 83”, esercitazioni militari che ricreavano lo scenario di una guerra nucleare. I sovietici ribattevano colpo su colpo, nel timore di un attacco imminente. Del resto il leader del Cremlino, Jurij Andropov, qualche mese prima aveva parlato di un «acuirsi senza precedenti» del confronto est-ovest. La tensione, dunque, era altissima. E culminò il 1° settembre con l’abbattimento, da parte di un intercettore sovietico, di un aereo di linea della Korean Air Lines che aveva violato un’area militare sulla penisola di Kamchatka: 269 le vittime, tra cui un membro del Congresso. Si era sulla soglia dell’abisso.

Quella notte del 26 settembre Petrov monitorava le informazioni elaborate dal cervellone, orgoglio della difesa sovietica: Krokus il suo nome in codice. Infallibile, dicevano al Cremlino, anche se c’era ancora qualcosa da affinare. L’ufficiale sapeva che se Krokus avesse segnalato attività missilistiche nemiche, avrebbe dovuto immediatamente avvisare i superiori, i quali avrebbero avviato un contrattacco. Un compito apparentemente semplice, ma per il quale occorrevano nervi saldissimi: non avrebbe schiacciato lui il temuto “bottone rosso”, ma avrebbe contribuito ad “armare” la mano che lo avrebbe fatto.

All’improvviso il cervellone segnalò che da una base del Montana era partito un missile diretto verso l’Unione Sovietica. Da manuale avrebbe dovuto avvertire i superiori. Ma Petrov temporeggiò: gli era anche stato detto che se gli Stati Uniti avessero attaccato, lo avrebbero fatto massicciamente. Dunque, quel missile solitario non lo convinceva: poteva essere un falso allarme. E non lo convinsero neppure i successivi quattro che comparvero in sequenza poco più tardi. Un mutamento di strategia da parte americana? Forse. Ma Petrov non si fece prendere dal panico. Restò lucido. Si chiese perché dai radar di terra non arrivassero conferme. Temporeggiò ancora, anche se di tempo non era rimasto molto: un missile intercontinentale impiegava meno di mezz’ora a raggiungere l’obiettivo e ormai di minuti ne rimanevano una manciata prima che fosse troppo tardi per contrattaccare. Ma Petrov, sotto gli occhi terrorizzati degli altri presenti, si assunse infine l’enorme responsabilità di non dare seguito a quell’allarme.

Ebbe ragione, fortunatamente. In seguito si scoprì, infatti, che l’infallibile cervellone era stato ingannato da un particolare fenomeno di rifrazione della luce solare a contatto con nubi ad alta quota.
La guerra nucleare fu evitata, dunque. Ma i sovietici ovviamente si guardarono bene dal parlarne e così quell’episodio è rimasto nell’oblio. Come il nome di Stanislav Petrov, la cui vita ha continuato a scorrere nell’anonimato. Fino a quando agli inizi degli anni novanta uno dei suoi superiori dell’epoca, il generale Yurin Votintsev, ne parlò in un memoriale, sottolineando il ruolo che l’ufficiale aveva avuto in quella vicenda. Ruolo peraltro ancora una volta sminuito dalle autorità russe — ci sarebbero state altre verifiche, sostennero, probabilmente a ragione — ma che nonostante tutto resta essenziale. Come raccontato anche da due docufilm, The Red Button (2005) e The Man Who Saved the World (2014).
Per il suo operato Petrov non ricevette riconoscimenti in patria. Fu già fortunato a non subire punizioni per aver disobbedito agli ordini. Ma fu messo da parte e dimenticato. Quando la sua storia divenne pubblica, arrivò qualche premio dall’estero. Ma l’ex ufficiale, ormai anziano, non si scompose: «Che ho fatto? Niente di speciale, solamente il mio lavoro. Ero l’uomo giusto al posto giusto al momento giusto».

fonte: tempi
foto: ansa