Ma quando mai la cultura è stata di casa a Washington?

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  • di Alex Angelo D’Addio

In un generalizzato clima di tensione, ove lo scacchiere politico-globale si incupisce giornalmente a causa della complessiva instabilità delle sue pedine, il dibattito pubblico internazionale ha iniziato, nei gironi scorsi, ad intrattenersi con l’estemporanea scelta degli Stati Uniti d’America di non riconoscersi più nell’operato culturale dell’Unesco, comunicando di abrogare la propria affiliazione a partire dal 31 dicembre 2018.

Alla base di una così netta presa di posizione, sembra esserci la maggiore rilevanza acquisita negli ultimi tempi dalla Palestina tra le fila dell’organizzazione, quale circostanza per niente metabolizzata da parte degli emissari della Casa Bianca, ove pare i malcontenti abbiano sopraffatto persino le chiarificazioni.

Infatti, sarebbe prima di tutto necessario che gli States riconoscessero l’assoluta inopportunità di politicizzare una causa che dovrebbe essere ben lungi dall’essere tinta di qualsivoglia sfumatura di faziosità, stante la gravità della faccenda. Ossia che finalmente si stia gradatamente riconoscendo una dose di legittimità territoriale e popolare alla Palestina, come riflesso della storicità di uno Stato sovrano, che fonda le sue radici nella cultura arabo-orientale e nell’identità secolare da cui essa scaturisce.

Concentrandoci solo sul diritto internazionale, poi, bisognerebbe capire a quale restrizione giuridica si potrebbe appellare Washington per impedire alla Palestina di promuovere iniziative di riabilitazione intellettuale del Vicino Oriente, violentato e dilaniato dalle intemperanze di predominio che danzano sulla Striscia di Gaza, ben dettate dagli stessi Stati Uniti e supervisionate da Israele.

Inoltre, i dubbi sorgono pensando anche a quale patrimonio gli statunitensi vorrebbero farsi paladini, se solo si rievocano le cronache di qualche mese fa, ove si sono sprecate le proposte di abbattere i monumenti – sparsi nei 50 Stati confederati – in memoria ad Italo Balbo e a Cristoforo Colombo, in quanto – ad avviso del tessuto sociale meno colto del Mondo – esempi di un’insana eredità estetica.

In realtà, questa pilotata uscita di scena rappresenta l’ennesima dimostrazione di quanto l’”American Dream” miri ad accaparrarsi il ruolo di sentinella del Mondo, andando finanche a sindacare l’attività di un’assemblea che pone la promozione culturale alla stregua di un’impegnativa prerogativa, e non di propaganda politica a vantaggio di alcuni e a detrimento di altri. Quanto prima, la spinta neo-imperialista del Pentagono dovrà rassegnarsi all’idea che gli ostacoli politico-governativi sempre superati a piè pari da una diplomazia d’assalto, saranno sostituti da fortezze nazional-identitarie, che nemmeno le bombe saranno in grado di radere al suolo. Qualcuno lo riferisca a Trump, e a tutti i patriotti di gala dell’ultima ora.