Mauro Biglino e l’ipotesi degli alieni nella Bibbia confutata pezzo per pezzo

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CONFUTAZIONE delle IPOTESI di MAURO BIGLINO

  • di Gianluca Marletta

E’ diventato famosissimo e seguito vendendo migliaia di copie di libri nei quali tratteggia una strana ipotesi: i Testi Biblici, se correttamente interpretati, conterrebbero la testimonianza della visita di popoli alieni sulla Terra nel nostro passato. La Bibbia, dunque, parlerebbe di tutto meno che di Dio. Qui di seguito, una confutazione puntuale delle ipotesi di Biglino, a partire dalla una prospettiva storica, filologica, antropologica e archeologica.(Tratto dai capitoli XIII e XIV del saggio: “UFO e ALIENI”)

Da: Gianluca Marletta, “UFO e ALIENI. Origine, storia e prodigi di una pseudo-religione”, Editrice Irfàn (capitoli XIII e XIV)

In Italia, paese notoriamente allergico alla lettura e alle problematiche “culturali”, rappresenta un fenomeno senza precedenti: stiamo parlando di Mauro Biglino, autore di libri che hanno venduto decine di migliaia di copie in patria e all’estero, vera e propria “pop star” di una certa cultura sedicente “alternativa”, con centinaia di interviste e conferenze all’attivo e siti e canali youtube visitatissimi a lui dedicati.  (…) Ma cosa afferma Biglino di così rivoluzionario e sconvolgente? In realtà, le opere di questo autore riprendono largamente i temi della paleoastronautica classica, elaborando in particolare elementi già presenti nei libri di Zacharia Sitchin. La particolarità di Biglino, tuttavia, è il suo presentarsi in veste di “filologo” e di “biblista”, cosa che ammanta la sua opera di un’aura di scientificità e di pretesa obbiettività che altri autori non avevano mai potuto vantare. (…)

CHI E’ MAURO BIGLINO?

Scorrendo le pagine web dei suoi sostenitori, la figura di Biglino è circonfusa da un’aura mitica. Per molti, avrebbe un passato di traduttore ufficiale delle Edizioni San Paolo o, addirittura, di curatore ufficiale della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) per la stesura della Bibbia. Per altri, avrebbe tradotto ben 19 libri dell’Antico Testamento e sarebbe stato il referente cardine dei biblisti italiani. (…)  Ma qual è la verità dei fatti?  (…) Al pari di Sitchin, Biglino è essenzialmente un autodidatta: non consegue alcuna laurea o titolo di studio oltre al diploma superiore e il suo approfondimento dell’ebraico è essenzialmente individuale. Pur non avendo all’epoca pubblicazioni all’attivo, per qualche ragione viene notato dai responsabili delle Edizioni San Paolo, una casa editrice cattolica, (che bisogna distinguere dalle Edizioni Paoline, in quanto si tratta di due società diverse), impegnata nella pubblicazione di opere di carattere religioso.

Malgrado la “leggenda” sorta in seguito, tuttavia, Biglino non è mai stato “traduttore ufficiale” della San Paolo, e questo per il semplice motivo che tale casa editrice pubblica libri di vario genere e contenuto e non è una società di traduzioni, per cui non assume “traduttori ufficiali”. In concreto, il frutto di questa collaborazione, di fatto piuttosto saltuaria e basata sul rapporto di amicizia creatosi con qualche dirigente della casa editrice, consiste in due traduzioni presenti all’interno di altrettanti libri pubblicati a cura di Don Piergiorgio Beretta, sacerdote della Congregazione di San Paolo: I cinque Meghillòt (2008) e I Profeti minori (2010).

Eppure, già nel 2009 – quindi proprio nel periodo clou della sua collaborazione con la San Paolo – Biglino inizia un sodalizio di tutt’altro tipo con la Uno Edizioni, pubblicando due libri di taglio decisamente anti-religioso e anti-cattolico come Chiesa Cattolica e Massoneria e Resurrezione e reincarnazione: favole consolatorie o realtà? (ambedue del 2009), mentre nel 2010 uscirà anche il suo best seller: Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla Bibbia, il primo della serie “aliena”. (…), da questo momento per Biglino si apre una carriera folgorante. (…) Il contenuto di tutti questi saggi è riassumibile nei seguenti punti:

– La Bibbia non è un libro religioso, non parla di nulla che abbia a che fare con questioni metafisiche, né di alcun Dio;

– A una lettura strettamente letterale, si evincerebbe che la Bibbia sia innanzitutto un libro storico che narra le vicende di una stirpe presumibilmente “aliena” detta degli Elohim, dei quali “l’Elohim d’Israele”, Yahweh, sarebbe solo uno dei tanti;

– Tutti i termini ebraici della Bibbia, se interpretati alla lettera, rimanderebbero con evidenza alla vicenda di questi “alieni” giunti sulla terra;

– Ogni interpretazione di tipo religioso, esoterico o metafisico delle Scritture sarebbe soltanto una “sovrastruttura ideologica” imposta successivamente dalla casta dei sacerdoti per dominare il popolo e le coscienze. (…)

IL METODO BIGLINO

(…) Riassumendo, il metodo-Biglino e le ragioni del suo successo possono definirsi nei seguenti punti:

  • A differenza di altri partigiani della paleoastronautica, Biglino ostenta una qualifica di presunto “biblista”. La sua vicenda personale (invero un po’ mitologizzata) si configura narrativamente alla stregua di un ciclo dell’eroe dove il protagonista, inizialmente su posizioni “ortodosse”, si converte agli alieni sulla via di Damasco, divenendo campione del libero pensiero contro l’oscurantismo religioso. Questo crea un’immediata “empatia” e immedesimazione tra l’autore e un pubblico generalmente costituito da anti-clericali o comunque da personaggi fortemente avversi alla religione, specie a quella cristiana.
  • L’idea che il testo biblico vada ridotto al suo immediato significato “letterale”. Biglino bolla in anticipo come mistificazioni tutte le interpretazioni spirituali, simboliche o metafisiche delle Scritture. È lui a ideare la forma retorica del “Facciamo finta che…”; anche se, come vedremo, le sue interpretazioni “letterali e oggettive” dei termini biblici sono, molto spesso, ben più “soggettive” e unilaterali di quanto possa immaginarsi a una lettura superficiale dei suoi libri.
  • Biglino, come o anche più dei precedenti seguaci della paleoastronautica, sorvola letteralmente sul contesto antropologico, culturale e storico: la “sua” Bibbia è un testo decontestualizzato, dove ogni riferimento alla cultura e alla visione tradizionale è escluso in partenza. Per proporre ai lettori l’idea di una “ferrea coerenza” del suo discorso, Biglino elimina qualsiasi confronto con altre discipline che non siano, appunto, la lettura più immediata del testo.
  • Un’ipotesi clamorosa come quella di Biglino avrebbe bisogno, peraltro, anche di un confronto coi dati dell’archeologia; ma quest’aspetto, ancora una volta, viene scaltramente evitato dall’autore. Le pochissime volte che Biglino si appella a scoperte archeologiche, come vedremo, i dati da lui riportati risultano completamente sbagliati, il che (pur volendo salvaguardare la buona fede dell’autore) è significativo dell’atteggiamento da lui utilizzato.
  • Uno dei “punti forti” di Biglino è l’utilizzo a dir poco spregiudicato delle fonti (non solo Testi originari, ma anche dizionari, commentari biblici, ecc.) che vengono riportati sotto forma di stralci estrapolati o persino, in alcuni casi, manipolati quel tanto da poter sostenere la sua ipotesi. Il tutto, evidentemente, confidando nella difficoltà o nell’impossibilità, da parte del suo pubblico, di consultare le fonti originarie.
  • Un altro degli espedienti retorici frequenti nell’opera di Biglino è quello di utilizzare espressioni tanto perentorie quanto vaghe del tipo, “I ricercatori affermano…”, “I biblisti sono ormai tutti dell’opinione che…”, “Gli stessi rabbini ebrei sono d’accordo su questo punto…”, ecc., guardandosi però bene dallo scendere nei particolari della sua affermazione.

LE IPOTESI DI BIGLINO A CONFRONTO CON ANTROPOLOGIA E STORIA

Uno degli aspetti che molti lettori di Biglino tendono a dimenticare una volta compenetrati dalla “suggestione” indotta dalle sue opere, è che un’ipotesi così clamorosa quale l’origine “aliena” dell’umanità e l’affermazione che i libri sacri siano solo “relazioni” dell’incontro con tali “visitatori”, per essere davvero credibile, dovrebbe risultare in qualche modo coerente con varie discipline e campi del sapere. (…) Ora è evidente che, anche a prescindere da ogni interpretazione tradizionale, teologica o esoterica, la moderna Storia Comparata delle Religioni ha largamente messo in luce l’esistenza di un linguaggio simbolico, di una cosmologia e di una metafisica diffusa presso molte culture e caratterizzata da similitudini di significato evidenti.

Da questo punto di vista, ad esempio, uno storico delle religioni non può che rimanere basito nel leggere il commento a Genesi di Biglino, dove la “separazione delle acque superiori da quelle inferiori” (elemento simbolico presente in moltissime tradizioni) (2) viene ridotto alla stregua della costruzione di una “diga” da parte di viaggiatori alieni in vena di opere di bonifica. Lo stesso simbolismo delle Acque Primordiali, che Biglino riduce a quelle di un presunto lago sul quale gli alieni volteggiavano in principio con la loro astronave, è presente in realtà presso innumerevoli tradizioni come simbolo del caos primordiale e dell’indifferenziazione iniziale delle forme (come abbiamo già visto anche nel caso dei miti mesopotamici).

(…) Passando ad un altro piano di lettura, c’è da dire inoltre che il racconto proposto da Biglino non sembra avere nemmeno alcun tipo di plausibilità o coerenza di tipo storico. Se, come avevamo già detto riguardo alla narrazione di Sitchin, non si capisce davvero quale ragione avessero questi Annunaki ultratecnologici per far realizzare a rozzi ominidi lavori di scavo e bonifica che, presumibilmente, tali esseri avrebbero potuto compiere facilmente con la loro straordinaria tecnologia, anche le imprese dell’”alieno Yahweh” contengono delle contraddizioni davvero bizzarre.

Biglino afferma che Yahweh fosse un rissoso Elohim pronto a menare le mani e dotato di una potente “nave spaziale” equipaggiata, evidentemente, con ogni arma possibile: come mai, tranne poche e specifiche operazioni (tipo aprire il Mar Rosso), questo alieno preferisce invece affidare l’esito delle “sue” guerre ad un esercito di beduini della tarda età del bronzo?   Per quale motivo, se l’ipotesi dell’alieno è vera, Yahweh avrebbe avuto bisogno di “mettere alla prova i cuori degli Israeliti” durante un percorso durato ben 40 anni nel deserto lungo una rotta EgittoPalestina che qualsiasi aereo moderno attraverserebbe in meno di un’ora?  Ancora: se l’ipotesi dell’alieno è vera, per quale motivo Yahweh, durante gli scontri fra il “suo popolo” e tribù quali quelle degli Amaleciti, non risolve tutto a colpi di raggio laser o di missili? Per quale motivo Mosè è costretto a “pregare” l’Elohim Yahweh sul monte e solo grazie a tali preghiere gli Israeliti riescono a vincere in battaglia? (3)   E come mai, una popolazione che ha potuto beneficiare addirittura dell’addestramento militare di un comandante extraterrestre, una volta raggiunta la Terra Promessa dovrà subire il giogo di Filistei, Siriaci, Babilonesi, Assiri, Persiani, Greci e infine Romani?  (…)

LE IPOTESI DI BIGLINO E I DATI ARCHEOLOGICI

Tuttavia, l’ambito dove le ipotesi paleoastronautiche finiscono per naufragare in maniera davvero irrimediabile è, più d’ogni altro, quello dei dati archeologici. E in effetti, proprio per questo motivo, nei libri di Biglino gli accenni all’archeologia sono esigui o, come vedremo, basati su vere e proprie incomprensioni, dicerie o mistificazioni. La domanda che in campo archeologico si pone ogni volta ai sostenitori della paleoastronautica rimane la stessa anche riguardo a Biglino: se i millenni passati hanno conosciuto un tale via vai di alieni e astronavi sulla Terra (e Yahweh, ricordiamolo, sarebbe stato solo uno dei tanti Elohim che per millenni avrebbero fatto il buono e il cattivo tempo sul nostro pianeta), perché non esistono ritrovamenti che lo testimoniano? Senza pretendere necessariamente di ritrovare un computer o parti di un’astronave in una tomba egizia o sumera, perché non si riesce a rinvenire nemmeno un frammento di transistor o un banale scolo di carburante a Tel Meghiddo o tra gli scavi di Gerico?

E in effetti, non a caso, cercare riferimenti archeologici nell’opera di Biglino è davvero impresa ardua. Di fatto, i casi in cui il “biblista” si rifà all’archeologia sono essenzialmente tre.

Il primo esempio lo troviamo nel best seller che ha dato via al successo dello scrittore torinese: Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sula Bibbia. A p. 63, è scritto che, tra non meglio precisate rovine della “civiltà ugaritica” (una cultura semitica della tarda età del bronzo, secoli XV-XIII a. C., che prende il nome dalla città di Ugarit nell’attuale Siria del nord), sarebbe stato ritrovato un ostraka (frammento di ceramica contenente iscrizioni) con su scritto una dedica a Yahweh e alla sua Asheràh. L’intento di Biglino è evidente: si vuol far intendere che Yahweh fosse una divinità già conosciuta all’interno del pantheon politeista del Medio Oriente e che ad esso fosse attribuita persino una compagna femminile (le Asheràh designano spesso l’aspetto femminile nelle “coppie divine” dell’antica religione cananaica). Inoltre, essendo una testimonianza molto antica (XIII secolo a. C.) e quindi precedente all’Israele storico, si vuol far intendere che il culto di Yahweh fosse solo uno dei tanti dell’oriente antico.

In realtà, l’ostraka esiste, ma non ha nulla a che vedere con la cultura ugaritica dell’età del bronzo: si tratta, piuttosto, di un frammento ceramico rinvenuto (non in Siria) ma nel sito di Kuntillet Ajrud, nel Sinai (2000 km più a sud, al confine con l’Arabia), e risalente all’VIII secolo a. C. circa (mezzo millennio dopo la scomparsa della cultura di Ugarit).  L’iscrizione, in un alfabeto misto ebraico-fenicio, consisterebbe in una benedizione in nome di “Yahweh di Samaria e la sua asheràh”. (4) Il riferimento storico è dunque al regno di Israele (il regno ebraico del Nord, con capitale Samaria) in un periodo in cui, secondo la stessa Bibbia, gli Ebrei di quel regno stavano perdendo, sotto l’influsso dei vicini popoli fenici, la purezza del monoteismo, “accostando” al culto di Yahweh quello di altre divinità e in particolare di una “controparte femminile” (Asheràh), che nei testi delle Cronache e nei libri dei Profeti viene costantemente stigmatizzata. È evidente, quindi, che basta “sbagliare” di un po’ di secoli la data di un ritrovamento, per assegnargli un significato ben diverso.

Nel libro Non c’è creazione nella Bibbia, (pag 73) Biglino parla invece di una “stele” che sarebbe conservata presso il Museo di Cartagine, in Tunisia, e che (come vedremo in seguito parlando dell’interpretazione bigliniana del termine Ruach) raffigurerebbe in forma stilizzata un’astronave extraterrestre.. Secondo Biglino, il reperto sarebbe stato datato al 1.950 a.C., ma “alcuni esperti” lo attribuirebbero alla civiltà sumero-accadica mentre altri a quella fenicia (le quali, secondo l’autore, proverrebbero dalla stessa “area di appartenenza geografica”).

Tali affermazioni, a nostro parere, sono davvero paradigmatiche del metodo-Biglino. L’autore, infatti, fa riferimento ad “alcuni esperti” che però non cita mai di preciso; confonde e quasi sovrappone due culture (quella accadica del III-II millennio a.C. con quella fenicia del I millennio) separate da migliaia di km di distanza e originarie di due zone ben diverse del Medio Oriente (nel 1950 a. C., data che, secondo Biglino, sarebbe stata attribuita – da chi? – alla stele, i Fenici peraltro erano ancora al di là da venire).  In realtà, l’enigmatica stele non si trova al Museo di Cartagine, ma nella collezione privata di tal Leo Dubal, sita a Parigi, non risale a più del III-II secolo a.C. ed è di origine tardo-punica. (5Il simbolo della presunta “astronave”, inoltre, è ben noto agli archeologi e non ha nulla a che vedere con presunti geroglifici sumeri o accadici rappresentanti “astronavi aliene” ma, molto semplicemente, con il simbolo della dea della luna Tanit, presente su innumerevoli stele provenienti da Cartagine. (…)

CENNI DI ESEGESI BIGLINIANA

Malgrado la totale incompatibilità con il contesto storico, culturale, antropologico e archeologico del Medio Oriente antico, l’ipotesi di Biglino, tuttavia, pretende di avere il suo “punto forte” nell’esegesi letterale dei termini biblici.  (…)   Per questioni di spazio, evidentemente, la nostra disamina si limiterà solo ad alcuni casi fra i più importanti: chi al contrario volesse approfondire in maniera più esaustiva la questione della critica alle tesi e alle esegesi di Biglino potrà consultare i numerosi studi specialistici apparsi negli ultimi anni. (6)

(…) Il cavallo di battaglia dell’esegesi bigliniana è certamente l’asserzione perentoria e rivoluzionaria che nella Bibbia non si parli di Dio. Secondo Biglino, addirittura, nelle Scritture non sarebbe nemmeno presente un termine per poter esprimere il “concetto” di Dio e, pertanto, sarebbe un controsenso considerare la Bibbia un testo sacro.  Il termine comunemente tradotto come “Dio” nelle lingue occidentali (in ebraico Elohim) avrebbe infatti ben altri significati e oltretutto, essendo un termine plurale, non indicherebbe in alcun modo il Dio unico dei monoteismi quanto piuttosto un insieme di “esseri” (che Biglino identifica con gli “alieni).      Nel suo saggio La Bibbia non parla di Dio, (p. 58) Biglino afferma:

Il termine אלהים, Elohim, viene infatti variamente ricondotto alle radici più diverse che rimandano in sintesi ai seguenti significati: “quelli dell’alto”, “splendenti”, “potenti”, “legislatori”, “governatori”, “giudici”, “ministri”. Come si vede chiaramente, nessuno di essi postula il termine Dio, che non è neppure preso in considerazione nelle ipotesi formulate dalla filologia accademica.

E ancora:

Quindi, il cosiddetto “libro sacro” per eccellenza è scritto in una lingua che non conosce né possiede il termine che identifica il centro, il fondamento, il nucleo irrinunciabile da cui ogni sacralità prende origine: Dio.

Per prima cosa, c’è da riconoscere che il discorso di Biglino contiene una qualche verità: nella lingua ebraica non esiste una parola che possa comprendere il “concetto” di Dio, così come – e questo sorprenderà non poco il “biblista” torinese – tale parola non esiste in nessuna lingua umana.   E in effetti, se prendiamo il termine “Dio” come sinonimo di Essere Supremo o ancor di più di Assoluto, è evidente che nessun termine ne potrà mai comprendere il “concetto” in pienezza ma potrà, tutt’al più, evidenziarne alcuni aspetti per analogia con le realtà terrene.

Così, ad esempio, anche nelle lingue indoeuropee, il termine “Dio” (al pari del Gott germanico, del Deus latino, del Theòs greco, ecc.), derivano tutti da una radice indoaria, Djew, che significa letteralmente “splendente” (la stessa da cui deriva il termine “giorno” in latino – dìes – in inglese – day – ecc.). Pertanto, se vogliamo “stare al gioco” di Biglino, nemmeno le nostre lingue europee possiedono una parola che indichi letteralmente il concetto di Dio, benché non si possa affatto dire che tale “concetto” (se si vuole usare questo termine) non esista.

Ma ritornando al termine Elohim, anche in questo caso è evidente come Biglino utilizzi la retorica del “la filologia accademica afferma che…”, senza poi prendersi la briga di citare in concreto testi ufficiali a supporto della sua ipotesi.  In alternativa, Biglino utilizza definizioni e concetti ripresi da alcuni dizionari di ebraico biblico ma emendandoli delle definizioni e dei significati che potrebbero contraddire le sue tesi.      A tal proposito, proprio il dizionario più utilizzato da Biglino, il Brown-Driver-Briggs Hebrew and English Lexicon, alla voce  אלהים Elohìm (483),141 riporta tre significati: – 1. Governanti, giudici (…). Quelli divini, esseri superumani compresi Dio e angeli (…) dei, ecc. – 2. Plurale intensivo. Dio o dea (…) – 3. Il (vero) Dio. YHWH è (il) Dio.  Inutile dire che, di tutte e tre le definizioni, Biglino si appella solo alla prima (più generica) e, naturalmente, passa del tutto sotto silenzio la terza (più specifica e inequivocabile), (…).

La radice da cui trae origine il termine Elohim, del resto, è utilizzata per designare gli dei o la Divinità in tutte le lingue semitiche occidentali: si ritrova nel cananeo ugaritico come ʾlhm, nell’aramaico biblico come ʼĔlāhā, e successivamente nel siriaco Alaha  “Dio”, e in arabo per indicare genericamente le “divinità”, ʾilāh o come  Allah per indicare “Il” Dio unico (articolo Al + ʾilāh).

Sulla questione del “plurale” del termine Elohim, che tante illazioni ha suscitato sia in Biglino che nei precedenti cultori della paleoastronautica, la Encyclopedia Judaica (edizione 2006) riporta i seguenti esempi e spiegazioni (i corsivi sono nostri):

La parola eloah “Dio” e il suo plurale elohim, è apparentemente una forma allungata di El (…). (Elohim) è usato molto raramente in riferimento ad un dio straniero e poi solo in un periodo di ritardo (…). In tutti gli altri casi ci si riferisce al Dio d’Israele (…). In riferimento al “dio” d’Israele viene utilizzato molto spesso – più di 2000 volte – e spesso con l’articolo ha-elohim, “il (vero) Dio”. (…) alcuni studiosi lo considerano come un plurale che esprime un’idea astratta (ad esempio zekunim, “vecchiaia”, neurìm “tempo della giovinezza”. (…) È più probabile, però, che sia venuto da un uso cananeo generale. Nella lettera al Faraone el-Amarna è spesso designato come “miei dei (ilani’ya) il dio-sole”. 

Del resto, molti termini ebraici, quando esprimono concetti di grande importanza, sono riportati al plurale, tra essi: hayim (vita), rahamim (misericordia), ba’alim (padrone), ecc.       Il “concetto” di Dio, dunque, è perfettamente presente in Israele e nell’ambito semitico e l’uso del termine al plurale è largamente documentato nelle culture di quella zona e di quell’epoca anche per designare concetti eminenti il cui significato rimane tuttavia al singolare.

Volendo, pertanto, dare per scontata la buona fede di Biglino, è evidente che la sua preparazione da “autodidatta” della lingua ebraica non è affatto sufficiente a rendere il senso pieno di una traduzione, specie per quanto riguarda un testo complesso e dai poliedrici significati come la Bibbia.

RUACH: SPIRITO O “ROMBO DI MOTORE”?

(…) un altro dei punti caratterizzanti l’esegesi di Biglino è l’interpretazione del termine Ruach, normalmente tradotto come “spirito” nelle traduzioni bibliche, a tal punto che “lo Spirito di Elohim che alleggiava sulle acque” primordiali altro non sarebbe che l’astronave aliena sospesa sopra uno specchio d’acqua. Lo Spirito Santo, lo Spirito di Dio che scende sugli uomini, e tutte le altre espressioni teologiche legate a questo termine sarebbero, dunque, nient’altro che affabulazioni metafisiche tarde e senza senso.      In realtà, ricostruire il perché di tale interpretazione bigliniana è una faccenda un po’ complicata ma esemplificativa, ancora una volta, di un certo “metodo”. Innanzitutto, Biglino fa risalire il termine Ruach ad una (presunta) espressione sumera RU-A che sarebbe presente in certe tavolette molto antiche:

Questa parola (ruàch) ha infatti origini molto più antiche della rappresentazione ebraica che abbiamo riportato; affonda le sue radici nella lingua sumera nella quale il suono RU-A veniva reso con un pittogramma molto esplicativo: Il disegno contiene due elementi: un oggetto superiore (suono RU) che si trova al di sopra di una massa d’acqua (suono A). (M. Biglino, Il dio alieno nella Bibbia, cit., p. 41).

Nella riproduzione di tale geroglifico presentata dallo stesso Biglino, peraltro, il segno RU-A sembra davvero la riproduzione visiva, per quanto stilizzata, della famosa astronave che “plana sulle acque”. Sembrerebbe dunque che davvero, almeno questa volta, l’ipotesi bigliniana possa contare se non su una prova quantomeno su un significativo indizio.   E invece non è così.   Se si consulta il prestigioso Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament alla voce ֫רוַּ ח Ruach (8704) si nota subito che tale termine ebraico ha il suo corrispondente in tutte le principali lingue semitiche antiche e moderne (in arabo Ruh; in punico Rh; in aramaico Rwh/rwh’; in ugaritico Rh, ecc.); al contrario, non ha alcun corrispondente in sumero e questo per un semplice motivo: il sumero non era una lingua del ceppo semitico e non vi è alcuna dimostrabile derivazione del termine semitico da quello sumero.

In realtà, l’errore di Biglino è ripreso da quello di un altro ricercatore “indipendente”, tal Christian O’Brien, che semplicemente si rifà a fonti molto datate. O’Brien, infatti, per formulare la sua ipotesi sull’esistenza del termine RU-A in sumero, sembra rifarsi alla vecchia opera di George Barton, The Origin and development of Babylonian writing, risalente addirittura al 1913. Per intenderci, tale opera era stata pubblicata prima che fossero studiati e tradotti la maggior parte dei testi sumeri (la scoperta e l’inizio degli scavi di Uruk, ad esempio, è del 1912).  Quando nel 1936, l’archeologo e filologo Adam Falkenstein pubblica Archaische Texte aus Uruk (ATU 1), il geroglifico che Biglino e O’Brien identificano con il suono RU- viene invece identificato col suono Šagan.   Sorvolando su queste “nuove” scoperte (ma sono passati quasi 80 anni dalla pubblicazione di tali ricerche), Biglino cerca poi di convalidare la propria ipotesi con l’ormai nota raffigurazione presente sulla stele “accadica” o “fenicia” di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente: che in realtà, come già detto, è una stele punica risalente a qualche secolo prima di Cristo e che non rappresenta certo “simboli sumeri” di 2500 anni prima ma, più semplicemente, il simbolo della dea Tanit.

KAVOD: L’ASTRONAVE DI YAHWEH?

Alcune interpretazioni bigliniane di termini ebraico-biblici, volendo seguire il metodo letteralista da lui stesso propugnato, possono portare a soluzioni davvero grottesche e persino involontariamente comiche.      È questo il caso del termine Kavòd, che nelle Bibbie è tradotto come “gloria” o “onore” (in specifico, la Gloria di Dio, ovvero la sua manifestazione visibile e immanente), ma che Biglino identifica come sinonimo della potente e pesante astronave dell’Elohim Yahweh.

Ne Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla Bibbia Biglino ci informa che (i corsivi sono nell’originale):

Il verbo da cui deriva (il termine Kavod n.d.a.) indica i concetti di: “essere pesante, avere peso, essere onorato, essere duro”. (…) I Greci hanno tradotto questo termine col vocabolo doxa, che viene a sua volta reso nelle lingue moderne con “gloria”. La traduzione di questo termine è sempre stata condizionata dalla visione della divinità che – abbiamo visto – non corrisponde affatto alla rappresentazione degli Elohim presente nell’Antico Testamento: gli Elohim infatti tutto erano tranne che esseri spirituali! (…) Questa variazione di significato deriva esclusivamente dalla necessità avvertita dai teologi di trovare un modo per conciliare il termine kavòd con l’idea di Dio che loro hanno artificiosamente elaborato. (pag. 88)

(…) Ma la questione, naturalmente, è molto più complessa.       Innanzitutto, come è ben noto, le parole ebraiche e semitiche cambiano notevolmente di significato a seconda della loro vocalizzazione: in sostanza, visto che l’ebraico e le lingue affini non scrivono le vocali, una stessa radice consonantica può dare origine a parole concettualmente molto diverse. Nel caso specifico, la radice semitica è KVD (o KBD) la quale, a seconda delle vocalizzazioni, assume significati molto differenti, tra i quali: KaVoD (onore, gloria), KaVéD (pesante, ma anche fegato), ecc.

Dei molti significati, naturalmente, Biglino sceglie quello che meglio si adatta alla sua personale interpretazione: “il peso di Yahweh” è una navicella spaziale, e questo risulta molto convincente ai suoi seguaci che, ormai suggestionati dall’affascinante ipotesi, sono pronti ad accettare qualsiasi cosa.  Così, ad esempio, quando in Esodo 24, 15-17 si narra di Mosé che sale sul monte per ammirare la “Yahweh-kevòd” che ha preso posto sulla cima, l’immagine che Biglino propone ai suoi lettori è simile a quella dell’astronave di Incontri ravvicinati del terzo tipo che si posa sul Devil’s Peak.

Se l’immagine dell’”astronave sul Sinai” può risultare molto suggestiva e persino, in qualche modo, vagamente plausibile, altre immagini tuttavia lo sono decisamente meno.  Sempre seguendo il metodo di Biglino e traducendo letteralmente Kavòd con “astronave”, infatti, molti passi biblici suonerebbero in questo modo: – “Signore, tu sei la mia difesa, tu sei la mia astronave (kavod) e sollevi il mio capo” (Salmo 3, 4); – “Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di astronave (kavod) e di onore lo hai coronato (Salmo 8, 4-6); – “Or dunque fuggi a casa tua! Avevo detto che ti avrei colmato di astronave (kavod); ma ecco, Dio ti ha impedito di riceverli!” (Numeri 14, 11-12); – “Date al Signore, figli di Dio, date al Signore astronave (kavod) e potenza, date al Signore l’astronave (kavod) del suo nome, prostratevi al Signore in santi ornamenti” (Salmo 29, 1).      Naturalmente, qualora si voglia “stare al gioco” fino in fondo, tra le tante traduzioni possibili potrebbe esserci anche quella del IV Comandamento che, tradotto tradizionalmente come “Onora il padre e la madre” potrebbe anche, alla luce di tale esegesi, tradursi con: “Astronauta (kabéd) tuo padre e tua madre”.

Nel successivo saggio La Bibbia non parla di Dio, Biglino tuttavia rincara la dose, lasciando intendere che il kavod non indicherebbe in senso stretto tutta l’astronave degli Elohim, quanto piuttosto un’arma montata sull’astronave stessa:

Proseguendo nella sintetica elencazione di queste singolari caratteristiche, ricordiamo che quegli esseri viaggiavano su macchine volanti definite ruach, kavod, merkavah, alle quali sono state dedicate particolareggiate analisi nei miei libri precedenti. Evidenzio solo una curiosità: (…) invito i lettori a digitare su un qualunque motore di ricerca l’indirizzo kavodcustom.com: avranno una sorpresa. Anticipo che le lettere ebraiche con cui è scritto il logo כבוד non sono moderne ma sono proprio quelle antico testamentarie. (pag. 65)

Il “colpo di scena” confezionato da Biglino a beneficio dei suoi lettori sarebbe il logo di un’azienda americana di produttori d’armi, la Kavod Custom, che utilizza proprio il termine ebraico biblico come nome dell’impresa.  Almeno in questo caso, dunque, Biglino sembra avere ragione! E i suoi lettori entusiasti possono facilmente essere indotti a pensare che il termine kavod sia realmente il sinonimo di “arma”, visto che un’azienda moderna lo utilizza ancora.

È il ricercatore Daniele Salamone (7) che in realtà ci svela “l’enigma” semplicemente contattando per e-mail i proprietari dell’azienda venditrice che spiegano che, in realtà, il termine è stato utilizzato non per un qualche riferimento al testo biblico quanto, piuttosto, per l’utilizzo che ne farebbero i soldati dell’esercito israeliano come “saluto informale” (kavod può anche intendersi come “onore” e, appunto, come “gloria”).      Ancora una volta, agli occhi di chi vuol vedere, il “metodo Biglino” appare dunque come una bizzarra macedonia di equivoci e boutade che può sicuramente risultare “seducente” agli occhi di molti ma che, in ultima analisi, è assolutamente destituita di qualsivoglia fondamento.

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NOTE:

  • In un’intervista con Italo Cillo per il podcast Tempo di Cambiare (www.italocillo.it), Biglino ha affermato a tal proposito: “(…) nel frattempo io ho iniziato a scrivere i miei libri biblici, (…), e ovviamente il rapporto con loro si è interrotto immediatamente, perché capisco che loro non possono avere tra i loro traduttori uno che scrive e dice le cose che scrivo e dico io”. In realtà, come abbiamo visto, è stato Biglino a lasciare le Edizioni San Paolo al momento in cui, evidentemente, ha percepito la possibilità di sfruttare un filone ben più popolare di “studi”.
  • Nel simbolismo tradizionale, la separazione delle Acque Superiori (che formeranno il Cielo e quindi il Mondo Spirituale e sovraformale) da quelle Inferiori (che genereranno “il mondo delle forme”) è uno dei passaggi cosmogonici più interessanti e più diffusi nel linguaggio religioso dell’umanità. Si tratta della divisione dei due poli della manifestazione, analogo al Purusha e Prakriti della Tradizione Indù e dello stesso Yin-Yang della Tradizione estremo-orientale (cfr. R. Guenon, Simboli della Scienza Sacra, cit., Cap. IX I fiori simbolici; cap. XIX Il geroglifico del Cancro; cap. LVI Il passaggio delle Acque).
  • Esodo 17, 8-13.
  • Bonanno, Archeology and fertility cult in the ancient Mediterranean, University of Malta, 1986, p. 238
  • D. Salamone, La Bibbia non è un mito, cit., pp. 397-400.
  • In particolare, segnaliamo i due esaustivi saggi da noi già più volte citati in nota: D. Salamone, La Bibbia non è un mito; e D. Arrichiello, Elohim. La prova del dio alieno. Personalmente, pur non condividendo alcuni posizioni di eccessivo “letteralismo biblico” presenti in tali opere, essi rimangono una fonte preziosa di informazioni a beneficio di chi voglia confrontarsi in maniera critica con le opere di Biglino. Ricordiamo inoltre i siti online: www.ame-confutatio-blogspot.it e i video pubblicati dal youtuber “Luce Originaria” (https://www.youtube.com/channel/UCCwcR0yh9zAulrHAJJ6o3Q/videos).
  • Salamone, KavodCustom.com e le armi da fuoco di Yahweh, in http://danielesalamone.altervista.org/kavodcustom-com-le-armi-fuoco-yahweh/, archiviato il 09 agosto 2016.

Fonte: Gianluca Marletta

Foto dal sito: maurobiglino.it