Medico cattolico: ecco perché è giusto staccare la spina a Charlie Gard

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Credo sia davvero sbagliata la posizione espressa da alcuni circa la vicenda di Charlie e trovo molto gravi le accuse che vengono rivolte a medici e giudici di essere assassini. Accuse gravi e ingiustificabili. Che mi spaventano molto. Anche perché me le sono sentite rivolgere in una circostanza simile a questa e non è bello quando la tua professionalità, il tuo impegno a servire i pazienti, soprattutto i più piccoli, le scelte durissime che fai in coscienza e per cui non dormi la notte, non solo vengono messi in dubbio – che sarebbe anche utile – ma vengono calpestati con aggressività da persone che non hanno alcuna competenza. Non credo che si tratti di toni degni dello stile cristiano comunque ed è questo mi ha indotto a scrivere qualcosa sull’argomento anche in base a richieste di molti amici. Detto questo voglio provare a chiarire perché penso che medici e giudici abbiano scelto una cosa buona per Charlie. Il mio è solo il parere di un medico cattolico che si pone, senza idee prefissate o preconcetti ma cercando una sguardo di verità e carità, di fronte alle singole e specifiche situazioni che incontra. Sono aperta alla discussione, ma una discussione seria, perché queste situazioni sono nuove, non solo per me ma per la riflessione etica in generale, a causa del progresso della medicina e sono molto molto complesse nelle sfumature che le caratterizzano e non si può procedere per partito preso. Non voglio avere ragione, spero però che si capisca perché sono convinta che qualunque atteggiamento ideologico non ben documentato o che comunque non parta dal porsi domande sia quanto meno pericoloso in questo ambito. Perché un atteggiamento sincero, realista, ben documentato e aperto alla realtà e alla verità (che non possediamo mai fino in fondo) potrebbero portarci a conclusioni inaspettate. A me è successo così e ho capito che la prudenza è sempre una buona consigliera, tanto più se non si hanno competenze tecniche.

ARGOMENTO ETICO. Occorre distinguere tra eutanasia e sospensione della terapia per non cadere nell’accanimento. La possibilità di sospendere la terapia o di limitarla spetta al soggetto (ai genitori in caso di minore ed entro certi limiti), al medico, eventualmente al giudice qualora questo diritto non venga rispettato. Quando per un medico è legittimo decidere di sospendere un trattamento? Quando giudica un trattamento sproporzionato, cioè se i costi (non intesi in senso economico) superano i benefici. In parole povere: se un atto causa più sofferenza rispetto ai vantaggi terapeutici che arreca è dannoso, inutile, ingiusto e non si fa o si interrompe nel caso si sia iniziato nell’ipotesi o nella speranza di un beneficio che però poi effettivamente non si osserva, oppure nel caso sia stato intrapreso come salvavita di fronte alla necessità di prendere tempo in vista di un percorso diagnostico più approfondito. Si capisce? Il concetto di accanimento terapeutico si basa proprio sull’idea che non sempre e necessariamente un trattamento è buono. Non lo è quando è insensato, inutile, se non dannoso, sproporzionato rispetto al dolore che causa. Il medico ha in questo caso un diritto assoluto di decidere di non trattare ulteriormente, diritto che – se espresso nei limiti della legge – viene garantito dal sistema giudiziario. Ora vediamo perché il concetto di non accanimento si applica al caso del nostro bambino.

ARGOMENTO SCIENTIFICO. Nel caso di Charlie si è sentito parlare di eutanasia, ma questo è del tutto fuori luogo, dal momento che si parla di eutanasia quando il fine di un atto, lo scopo, è di arrecare la morte. Ora provo a spiegare perché invece si tratta di un caso di sospensione di alcuni trattamenti che se proseguiti scivolano nell’accanimento terapeutico. Charlie è affetto da una patologia congenita, che riguarda i mitocondri, tutti i mitocondri di tutte le cellule, il che comporta un’alterata funzione energetica. Tale malattia si manifesta ad un certo punto dello sviluppo con una crisi energetica cellulare in bambini apparentemente sani fino a quel momento, con un coinvolgimento di tutti gli organi e apparati e i più compromessi sono il cervello, il sistema respiratorio e quello muscolare, cioè quelli che dipendono da un elevato consumo energetico, con perdita di funzione irreversibile. Questa patologia è incompatibile con la vita e ad oggi non esiste una terapia riconosciuta dalla comunità scientifica (ritornerò su questo punto più avanti). Occorrerebbe infatti riprogrammare tutte le cellule del corpo e inoltre all’apparire dei sintomi le lesioni, soprattutto a carico del cervello, sono irreversibili. Quando si manifesta il bimbo di età generalmente intorno ai 4-6 mesi diventa floppy, cioè floscio, poco reattivo, può avere manifestazioni di tipo epilettico e ad un certo momento smette di respirare. A questo punto probabilmente sarà già giunto all’osservazione medica e un rianimatore che si trova un bimbo in arresto respiratorio senza un motivo poiché é da qualche settimana che il bambino non sta bene ma non è stato fatta una diagnosi (magari un’influenza intercorrente ha aumentato le richieste energetiche in modo improvviso e ha fatto precipitare il quadro) lo rianima – in termini tecnici – in modo aggressivo, lo intuba e lo attacca ad una macchina che respira per lui. Il bambino finisce in una terapia intensiva e qui ogni suo apparato viene supportato massivamente, lui da solo non fa più niente e delle macchine sofisticate e cure intensive lo tengono in vita per settimane affinché si capisca cosa è successo. Ci siamo? Il bimbo in questione di suo sarebbe morto. Ci vogliono parecchie settimane per fare una diagnosi che tra l’altro richiede uno studio bioptico del muscolo (e anche analisi sul liquor). Prima occorre sospettare la malattia, oltre alla clinica si osservano lesioni cerebrali tipiche con una risonanza magnetica e quando c’è una ragionevole possibilità si fa la biopsia e ci vogliono diverse settimane per avere il responso. Non ci sono errori diagnostici. Nel frattempo il bambino viene tenuto in vita e vengono provate molte terapie dato che non si ha la diagnosi certa. Uno dei motivi per cui si sospetta la malattia è che nonostante un supporto massivo il bambino non migliora. E la realtà da accettare è che non migliorerà mai. È come un treno a cui viene tolta la corrente e non c’è modo di ridarla e il treno non ripartirà mai. Il processo non può essere interrotto e il bambino dipenderà sempre da macchine per respirare e il suo quadro neurologico peggiorerà costantemente e in modo rapidissimo senza alcun contatto con l’esterno (anche l’esame neurologico è rilevante nel percorso diagnostico), anche se a tratti aprirà gli occhi, accennerà al pianto e avrà minimi movimenti degli arti per breve tempo. Ora dunque si comprende come interrompere un trattamento in questo caso non si tratta di eutanasia, cioè di fare qualcosa che di per sé causa la morte come fine ricercato. Si tratta invece di interrompere alcuni atti medici, artificiali, che tengono in vita ma senza alcun risultato in termini di autonomizzazione presente o futura e questi atti medici possono essere messi in atto in fase acuta, non per sempre. Tenere un bimbo intubato per un mese significa arrecare dei grossi danni alla trachea, significa causargli infezioni severe e letali, significa tenerlo sedato in una condizione di grande sofferenza (provate a pensare cosa vuole dire avere un tubo in gola, che passa per le corde vocali, dover essere aspirato in trachea ogni 2 ore, senza poter deglutire e così via… su questo mi dispiace ma l’immaginazione non arriva mai a toccare la crudezza della realtà, quindi se non siete convinti vi invito a fare un giretto in una rianimazione pediatrica). Protrarre questi trattamenti non ha alcuno scopo, significa solo procrastinare un decesso inevitabile e facendo soffrire senza alcuno scopo, prolungare una vita naturalmente destinata a spegnersi attraverso atti medici estremamente invasivi e dolorosi. Vediamo dunque come inizia a configurarsi il quadro di accanimento terapeutico, situazione in cui gli atti medici sono inutili (non portano ad un miglioramento), sono dannosi (causano sofferenza e hanno effetti collaterali negativi), non fanno in definitiva il bene del bambino prolungandone l’agonia per un tempo indefinito ma senza un reale obiettivo. Sospendere un trattamento invasivo quale la ventilazione meccanica o il supporto farmacologico del sistema cardiocircolatorio diventa un obbligo morale in queste circostanze. E lo scopo non è far morire il bambino (come nel caso dell’eutanasia), ma interrompere un atto artificiale immotivato, ingiustificato, ingiusto. Talvolta si protrae un trattamento simile per dare il tempo ai genitori di essere pronti, mettendo pertanto il bene dei genitori davanti a quello del bambino, ma questo vale per un certo periodo di tempo. Non giusta sarebbe invece la sospensione delle cure, dell’assistenza, della palliazione e della presa in carico del bambino come della famiglia. La sospensione del supporto ventilatorio non è sinonimo di mettere un cuscino in faccia al bambino e si giunge a questa decisione dopo numerosi tentativi di svezzamento dal respiratore (una sorta di allenamento progressivo con riduzione del supporto e graduale autonomizzazione del respiro) che però falliscono. Tutto fallisce. Le terapie della fase acuta sono della fase acuta e portare questi bambini ad una fase cronica è impossibile. È il bene del bambino al centro (e anche su questo tornerò dopo) anche quando purtroppo si deve ammettere di non avere altre risorse.

ARGOMENTO ESPERIENZIALE. Vorrei essere un po’ polemica: cosa viene in tasca ad un rianimatore del Great Ormund Street Hospital a far fuori un bambino? (Far fuori è un termine sbagliato ma così si dice in questi giorni negli articoli che mi è capitato di leggere). Nulla se non un mucchio di problemi legali, un sacco di beghe mediatiche, l’evidenza dichiarata del suo fallimento e un carico psico-emotivo tragico. L’obiettivo di un medico è salvare la gente, mica farla fuori. Quando la gente mi dice che ha paura dell’anestesia io ridendo dico sempre: “Non si preoccupi caro, io stanotte voglio dormire”. Dunque, non è un nostro obiettivo uccidere. Perché dunque arrivare a queste scelte tanto controverse di ridurre il carico terapeutico? A tutti piace dormire la notte. E tutti noi – sicuramente in rianimazione pediatrica – piangiamo lacrime abbondanti per ogni bambino che muore e dopo queste decisioni, per quanto di gruppo, chi dorme sereno? Ma fermiamoci un attimo, l’obiettivo è davvero solo salvare? No, l’obiettivo è il bene complessivo della persona, come per ogni uomo onesto di questo mondo, nella prospettiva che ci riguarda di più in quanto medici cioè la salute. Ma la salute non è un bene assoluto. Il bene assoluto è la persona e io sono grata a tutti quei medici che mi hanno insegnato a prendermi la responsabilità della persona che ho davanti: è facile quando salvi una vita, hai molta riconoscenza e riconoscimenti, difficilissimo quando ti scontri con il limite, con l’ineluttabilità di un decorso infausto. Gridare al nazista e all’assassino è peggio che sparare sulla Croce Rossa e anche l’accusa di voler fare di questo caso un caso giuridico è del tutto ingiusta. È il punto di vista di chi non ha alcuna esperienza di questo settore. È sparare contro uomini che sono uomini veri, capaci umilmente di prendere atto della propria impossibilità in questa circostanza e che hanno l’eroicità di domandarsi cosa è bene dunque fare, anche quando il da farsi è decisamente scomodo e incomprensibile per molti: parlare ai genitori del fallimento proprio e della medicina e prendersi cura fino in fondo della persona, rispettandola fino all’ultimo nel suo essere più prezioso di ogni cosa nel tratto di strada che verosimilmente porterà alla morte. A questo proposito vorrei tornare sul discorso della malattia incurabile. L’ospedale in questione lo scorso anno ha spedito due bambini gemelli con malattia genetica incurabile al San Raffaele dove si faceva una cura sperimentale (avevano fatto 8 casi, mica 1000) e c’erano le condizioni per tentare il tutto per tutto: i bambini erano trasportabili in aereo senza grossi rischi, l’ospedale dava garanzia di affidabilità, i casi seguiti avevano dato speranze di successo, la malattia era in fase precocissima diagnosticata su una sorellina più grande che in quei mesi era in fin di vita. I bambini sono poi arrivati nella rianimazione dove lavoravo e i contatti con gli inglesi sono stati quotidiani finché i bimbi non sono ripartiti. Ed è stato un calvario per quella famiglia, ma è stato intrapreso perché c’erano seppur minime ma ragionevoli possibilità di successo, anche parziale. Spese coperte in parte dal servizio sanitario inglese, in parte da donazioni private. Le cure sperimentali sono fatte e favorite se sussistono dei criteri di candidabilità. Ma non dobbiamo dimenticare che oltre agli elementi tecnici e scientifici esistono quelli umani: alcune cure sono delle vere e proprie torture (i due gemellini erano irriconoscibili rispetto a prima, con una fragilità, lesioni, edemi ovunque… io credo che anche in questo caso chi non vede non può immaginare!) e allora torniamo al punto: ha sempre senso? Dove sta il bene nella singola specifica situazione? Posto che nessuno ha lo scopo di uccidere, potrà un medico valutare che un’opzione sperimentale non sia percorribile? Non ha più strumenti di uno che fa tutt’altro nella vita se lavora seriamente e con un’equipe di esperti per capire cosa è davvero meglio per il paziente che gli è affidato? Perché ritorno al punto: i pazienti sono lo scopo della vita lavorativa di un medico, mica i soldi o il riconoscimento sociale che semmai sono conseguenze. Un bimbo come Charlie, intubato e ventilato può sopportare un viaggio in aereo? Il centro proposto offre delle garanzie adeguate di cura? Ha un livello assistenziale adeguato? Perché io medico ho una responsabilità nei confronti del paziente. Una responsabilità per la quale ho fatto un giuramento. Vi sono criteri di scientificità in queste cure sperimentali proposte? Se un’equipe di esperti dà risposta negativa a queste domande: chi siete voi tutti per giudicare? Che strumenti avete? È pensabile che a questi medici possa non interessare una reale seppur minima possibilità di salvare il bambino?! È il loro lavoro salvare bambini!!!

ARGOMENTO SOCIALE. Per un bambino che occupa un posto in rianimazione per settimane senza prospettive di miglioramento, decine di altri bambini forse con patologie acute guaribili, non hanno possibilità di accesso per il posto occupato. Sembra una crudeltà portare questo argomento ma in medicina e nelle urgenze occorre prendere delle decisioni, scegliere… funziona così, sempre. Si parte dal più grave che può essere salvato. Non da chi non ha chance. Crudele? Sì. Ma il limite, il limite esiste. Dunque è immorale tenere per mesi occupato un posto per un bambino che viene tenuto in vita per non affrontare il fatto che non c’è nulla da fare. O per non urtare la sensibilità del mondo che non accetta la morte o per accontentare dei genitori che non sanno farsi una ragione del fatto che il loro bimbo non diventerà grande. Si può fare per un po’ ma non per sempre. Non irrilevante sarebbe accennare anche ai costi. Prosaico? La vita non ha prezzo? Verissimo. Ma nemmeno è giusta la vita ad ogni costo. Siamo responsabili delle risorse, sempre e se non c’è possibilità di guarigione occorre prenderne atto. Duro? Sì. Ribadisco: non si dorme la notte. Ma il coraggio di un medico non si misura solo nell’affrontare grandi difficoltà per salvare vite, lavorare 12 ore al giorno, fare turni di notte, studiare 13 anni solo per arrivare a capire che la realtà lo supera sempre… bensì anche nel saper fare i conti con il limite e con le decisioni che ne conseguono. Tutto questo non vuole dire uccidere un bambino o fare l’eutanasia, cioè ribadisco cercare la morte come scopo. Ma vuole dire che se dei trattamenti sono inefficaci verranno sospesi.

I NOVISSIMI. I cristiani non credono più nella vita dopo la morte? È così che finiamo per accanirci e per fare delle polemiche veramente assurde. Ricordando sempre che non si punta mai come obiettivo a far morire nessuno, ma credo dobbiamo ricordarci anche e di più che in Cielo si sta meglio di qua. E un bambino fila dritto in Cielo. Allora siamo noi, con il nostro egoismo e la nostra falsa compassione, che vogliamo overtrattare persone senza alcuna altra giustificazione che la nostra paura! Il decorso di questa malattia allo stato attuale non può essere invertito se non da un miracolo, che può accadere sempre, a bambino intubato o no. Potremmo dunque aprire una parentesi sul senso della vita di un bambino come Charlie. Non lo so, ma penso ci sia. Non sta a noi fare nulla per inventarcene uno. Ha senso di per sé ogni vita, comunque vada a finire e per quanto poco duri. Ho seguito due bambini con una forma di patologia uguale a quella di Charlie e non potete immaginare quanto mi hanno dato. Quanto mi hanno dato i colloqui con le loro famiglie e i genitori nonostante il grande dolore erano sereni, a riprova che con sensibilità e molta cura si può arrivare a trasmettere davvero il senso buono di una scelta estremamente dura. E, uno in particolare, l’ho tenuto in braccio a lungo nelle ore in cui si stava spegnendo dopo che abbiamo tolto il tubo (si fa così ovunque, non solo a Londra, nelle poche realtà in cui questi bimbi sopravvivono ai primi mesi di vita) mentre il papà si prendeva una piccola pausa. E sento ancora il suo calore che mi riempie di qualcosa di sconosciuto. E credo lui farà sempre parte di me. E dovete credermi che anche ora al pensiero di Rehan Giuseppe e di Miriam mi si riempiono gli occhi di lacrime. Probabilmente hanno dato più loro a me che io a loro. E credo valga lo stesso per ognuna delle persone che hanno voluto loro bene. Il senso di una vita non si misura nelle lauree che uno prende, ma solo nell’amore che uno fa nascere, nelle domande che uno suscita, nello stimolo a migliorarci e a migliorare il mondo che, pur in circostanze inspiegabili, ci viene trasmesso. È chi non crede a questo che pensa che solo sopravvivere conti, che la vita abbia senso solo se lunga e performante e che non accanirsi è immorale. E poi, come mi ha insegnato il mio maestro più grande, chi può conoscere il dialogo che c’è tra Dio e un’anima? Nessuno. E questa è l’unica cosa che conta. E questi bambini, cosí speciali, vedono Dio dal primo istante della loro brevissima esistenza. Lasciamo dunque posto alla vera compassione, non a quel surrogato di pietismo che nasce dalle nostre paure.

Ho scritto queste cose per Giuseppe e Miriam. Per rendere giustizia ai medici del Great Ormund nel mio piccolo. Per aprire una discussione, per suscitare domande e cercare nuove risposte.

Dottoressa Alessandra Rigoli

  • Angelo Mandelli

    Ammazzare una persona è omicidio. Che si faccia sparandogli o staccando un respiratore non cambia nulla. Si e’ sempre assassini.
    Sarebbe omicidio anche spegnere il riscaldamento di una casa e facendo morire la persona che ci abita assiderata. Inoltre, sostenere che tutto ciò sia giusto è apologia di reato.

  • Marco Dan

    La dott.ssa Alessandra Rigoli, come si evince dal registro Fnomceo, è nata nel 1987 e si è laureata nel 2012.
    Attualmente non possiede alcuna specializzazione registrata da Fnomceo (il registro è pubblico e consultabile).
    La sua “esperienza” in rianimazione pediatrica consiste quindi in una frequenza da specializzanda.
    Per motivi assicurativi e di sicurezza per i pazienti gli specializzandi devono agire, in una struttura ospedaliera, sotto la stretta responsabilità di un medico strutturato assunto.
    E’ evidente che i numerosi atti medici “vantati” dalla dott.ssa Rigoli sono opera di fantasia, oppure la resposabilità di essi va attribuita al medico strutturato in servizio al quale faceva riferimento e sono frutto di un accordo. Decisamente rischiose in ogni caso le sue dichiarazioni, in particolare quando descrive di aver stubato un piccolo paziente e di averlo fatto morire tra le sue braccia.
    La dott.ssa Rigoli gioca facile, da “freelance”, in quanto come specilizzanda la responsabilità dei suoi atti passa per altre persone, mi auguro consapevoli del suo comportamento.
    La letterina di solidarietà ai “colleghi” di Londra è un ottimo mezzo per farsi pubblicità in modo rapido senza possedere grandi meriti professionali o scientifici.
    Comportamento già visto più volte da chi è nell’ambiente ma vorrei tanto che non si fosse definita “cattolica”, perchè se il discorso vuole essere un confronto scientifico questa definizione è del tutto fuori luogo e sembra confermare la volontà di sfoggiare una autorevolezza di cui in realtà non si dispone.
    In ogni caso buon lavoro e si goda il suo momento di gloria.

  • sebastiano

    Tanto accanimento su un corpo ormai morto se non fosse stato supportato dalle macchine,contro una marea di bambini che muoiono nel mondo senza che nessuno se ne curi.
    Ai cattolici romani dico quello che dice Gesù:IO sono la via la verità la vita. La nostra è solo parvenza, se siamo Figli di Dio siamo parte di Lui non certo di questa materia decadente.

  • Manuèl Moschini Ruiz

    Gent.ma Dottoressa Rigoli, non commento le sue parole, poco condivisibili, e solo in minima parte.
    Le segnalo solo questo articolo, in cui tutta la sua teoria delle competenze viene giustamente ribaltata.
    https://giovannimarcotullio.com/2017/07/08/ve-lo-dico-io-come-si-sentono-chris-e-connie-gard/
    Se oltre che dottoressa è anche madre, allora ci farà su un pensiero serio e corretto.
    Cordiali saluti

  • Tommasodaquino

    L’argomentazione ancorché pertinente negli argomenti è pretestuosa nelle definizioni. Si pretende di far ricadere il caso specifico al di fuori della definizione di eutanasia. L’autore lo tenta diverse volte NON DIMOSTRANDO però il perché si è fuori ma semplicemente scrivendo frasi del tipo “Nel caso di Charlie si è sentito parlare di eutanasia, ma questo è del tutto fuori luogo, dal momento che si parla di eutanasia quando il fine di un atto, lo scopo, è di arrecare la morte. Ora provo a spiegare perché invece si tratta di un caso di sospensione di alcuni trattamenti che se proseguiti scivolano nell’accanimento terapeutico. ” Non fa altro che ridefinire a suo giudizio cosa sia l’eutanasia.
    Il caso in oggetto per come viene identificato nella lingua italiana si tratta di “eutanasia passiva” ovvero un’azione che ha come fine quello di arrecare la morte del paziente altrimenti non si capirebbe quale altro potrebbe essere il fine di spegnere i macchinari. Il fine sarebbe guarirlo? I metodi sono invasivi? Hanno delle controindicazioni ? Si sono invasivi ed hanno delle controindicazioni, ma con un fine ben preciso: salvare la vita del paziente che è gerarchicamente al di sopra delle conseguenze. Altrimenti in questa visione del mondo ricadrebbero altri migliaia di casi di persone che “meriterebbero” di morire.
    Non entro in ambito etico perché a mio avviso la vicenda ricade sia nella bioetica sia nel campo etico-giuridico e dovrei scrivere un post lungo venti pagine. Semplicemente faccio notare che anche se il medico si autodefinisce cattolico, sottolineo che questa considerazione ed analisi dal punto va al di fuori di quanto espresso dal Catechismo della Chiesa Cattolica e dalla DSC.

    • annamaria

      vedi che il catechismo della chiesa cattolica per gli adulti è dichiaratamente contro l’accanimento terapeutico, anche e la chiesa stessa sembra averlo dimenticato

      • Tommasodaquino

        se l’accanimento terapeutico serve a salvare una vita cosa dice il Catechismo?

        • annamaria

          l’accanimento terapeutico è quella cosa con la quale si tiene artificialmente in vita una persona che non ha nessuna possibilità di riprendere a vivere autonomamente.
          Le terapie che tengono in vita artificialmente una persona che ha ancora possibilità di superare la malattia e riprendere una vita autonoma non sono classificate accanimento.
          Ti basta o vuoi sapere altro?

          • Ian Mc Evans

            Non mi basta.

            A noi serve la definizione vera di accanimento terapeutico che è “Eccesso nelle cure, che non hanno una reale utilità o che sottopongono il paziente a eccessiva sofferenza, considerando che sono le cure a essere inutili, mai la persona curata.”.

            L’applicazione del respiratore artificiale ha una reale utilità in quanto aiuta il bambino a respirare e, dato che è una pratica oramai sperimentata, non ha controindicazioni equiparabili al beneficio (e cioè continuare a respirare).

          • Tommasodaquino

            “6. La linea di comportamento verso il malato grave e il morente dovrà dunque ispirarsi al rispetto della vita e della dignità della persona; dovrà perseguire lo scopo di rendere disponibili le terapie proporzionate, pur senza indulgere in alcuna forma di “accanimento terapeutico”; dovrà raccogliere la volontà del paziente quando si tratta di terapie straordinarie o rischiose – cui non si è moralmente obbligati ad accedere -; dovrà assicurare sempre le cure ordinarie (comprese nutrizione ed idratazione, anche se artificiali) ed impegnarsi nelle cure palliative, soprattutto nell’adeguata terapia del dolore, favorendo sempre il dialogo e l’informazione del paziente stesso.

            Nell’immediatezza di una morte che appare ormai inevitabile ed imminente “è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita” (cfr Dich. su Eutanasia, parte IV), poiché vi è grande differenza etica tra “procurare la morte” e “permettere la morte”: il primo atteggiamento rifiuta e nega la vita, il secondo accetta il naturale compimento di essa.”
            Nel caso in oggetto (sospendere l’alimentazione e l’idratazione) si parla di “procurare la morte” in quanto dar da mangiare ad un paziente non si tratta certamente di terapia.

          • annamaria

            nel caso in oggetto non si tratta di sospendere l’alimentazione e l’idratazione, ma di staccare il respiratore artificiale, che nel tuo intervento non è mai menzionato

          • Tommasodaquino

            ok quindi se si sospendono alimentazione ed idratazione è eutanasia mentre se si impedisce di respirare ad una persona, bhe no quello va benissimo….

  • Ian Mc Evans

    Cara Dott. Rigoli,

    le sue spiegazioni sono molto esaurienti ed importanti e provvederò a farle girare.

    Però Lei ha omesso un “particolare” molto importante e cioè che, nel caso di Charlie, i medici hanno deciso di esautorare i genitori e togliere loro la facoltà di decidere per il loro bambino.

    Questo fatto proietta la questione nell’unico ambito da Lei non trattato e cioè l’ambito politico.

    Se è cattolica, la invito a dare un’occhiata alla Dottrina Sociale della Chiesa che mette la famiglia al centro della società. Questa scelta è non fatta solo per motivi dottrinali e teologici ma anche per il semplice fatto che, nella stra grande maggioranza dei casi, i familiari hanno maggior cura dei membri della famiglia di quanta non ne abbiano gli estranei. Di quanta non ne abbiano i medici. Di quanta non ne abbiano i giudici. Di quanta non ne abbiano i potenti.

    I genitori sono una garanzia e devono avere l’ultima parola.

    Quindi, nel caso di Charlie, i suoi colleghi non sono stati in grado di convincere i genitori ed hanno preferito “le maniere forti” (e cioè l’azione legale).
    I medici inglesi non sono stati in grado di fare il loro mestiere. Questo è un fatto.

    E’ contro queste “maniere forti” che tutti noi stiamo combattendo perchè, se passano una volta, si è creato un precedente allora passeranno sempre.

    Siamo parte di una società e partecipiamo ad un processo storico. Non esistomo casi isolati

    Per questo diciamo che, dopo Charlie, potrebbe essere la volta di nostro figlio.

    Lei ha figli dottoressa?

    Se sì, li guardi in faccia e poi decida se vale la lena di analizzare il “problema” anche dal punto di vista politico.

    Guido Mastrobuono

    • annamaria

      I genitori sono una garanzia e devono avere l’ultima parola.
      Sempre?
      Anche se vogliono praticare l’infibulazione?
      Anche se puniscono con il fuoco una figlia che si veste all’occidentale?
      Anche se fanno violentare la figlia che si è innamorata di un infedele?
      Anche se abusano della propria figlia o lasciano che altri ne abusino?
      Anche se non sono stati in grado di reggere il dolore e sono impazziti?

      • Ian Mc Evans

        Annamaria, trovo che le sue illazioni sui genitori di Charlie siano disgustose specialmente in quanto sono mischiate ad altre illazioni estremamente infamanti.

        Trovo anche poco corretto allargare il discorso in maniera scriteriata nonché usare alcuni comportamenti criminali per svalutare una categoria politica come quella della “Famiglia”.

        Alcune madri uccidono i figli? Vero… accade in alcuni casi minoritari e marginali.

        Ciò non toglie che, in generale (e cioè nel 99,99% dei casi), i genitori sono le persone che tengono più ai figli.
        E chiunque sia genitore lo sa benissimo.

        • annamaria

          il mio intervento vuole solo dimostrare quanto sia assurda l’affermazione secondo la quale i genitori sono SEMPRE una garanzia e devono avere SEMPRE l’ultima parola.
          Non ho fatto illazioni sui genitori di Charlie (tranne l’ultima frase), ma un elenco di casi in cui viene praticata violenza sui propri figli, di solito perché convinti di adempiere a precetti religiosi, in un caso perché in certi ambienti si è sempre fatto così, ma comunque convinti di fare bene.
          Secondo me i genitori del piccolo Charlie non hanno retto il dolore e non comprendono più cosa sia meglio per il loro bambino.
          Le sofferenze di Charlie non mi sembrano così tanto inferiori alle altre che ho menzionato (tutte tratte da fatti di cronaca), anche se i Gard, a differenza dei responsabili degli altri fatti di cui ho parlato, ci stanno simpatici e tutti noi vorremmo abbracciarli.
          Ma per fortuna non siamo né io né voi né nessuno di coloro che scrive in questi blog a decidere.

          • abbefed

            Appunto. Dovrebbero essere i genitori

          • Ian Mc Evans

            Tutti noi vorremmo abbracciarli. Però tra di noi ci sono grandi differenze.

            Lei, dopo l’abbraccio, vorrebbe che il loro figlio venisse ucciso.
            Lei non è originale. Prima di lei i nazisti avevano messo a punto un programma chiamato Aktion T4 con cui hanno eliminato 70.273 disabili.

            Noi, al contrario, ci rendiamo conto che Charlie è solo un inizio: un precedente atto a dimostrare che gli esseri umani, quando non funzionano più bene, possono essere scartati e buttati via.

            Noi sappiamo di essere Charlie.

            Lei se ne renderà conto quando sarà vecchia e malata.

            Probabilmente, lei se ne renderà conto poco prima che venga il suo turno.

            E per sua fortuna ci sarà gente come noi intenta a proteggerla.

          • annamaria

            si risparmi la fatica: ai miei figli ho detto chiaramente che a me la spina non devono staccarla, non devono nemmeno attaccarla!

          • Luciano Cagnina

            Grazie per le sue riflessioni …..

          • Ian Mc Evans

            Non mi stupisce…. per quello ho scritto “poco prima”.

            In ogni caso, non è assolutamente detto che la sua opinione (qualunque essa sia) sia presa in considerazione dai medici,

            http://www.tempi.it/olanda-appello-senza-precedenti-di-350-medici-contro-eutanasia-ai-dementi

          • annamaria

            insultare è tipico di chi non ha argomenti.

          • Ian Mc Evans

            Chi la insulta?

      • Tommasodaquino

        “Anche se vogliono praticare l’infibulazione?
        Anche se puniscono con il fuoco una figlia che si veste all’occidentale?
        Anche se fanno violentare la figlia che si è innamorata di un infedele?
        Anche se abusano della propria figlia o lasciano che altri ne abusino?
        Anche se non sono stati in grado di reggere il dolore e sono impazziti?”
        Si i casi sono proprio gli stessi bambino che sta per morire di una malattia incurabile e genitori che picchiano i figli… anche il tema è lo stesso tutela della salute contro violenze sui minori ….se voleva fare una pessima figura ci è riuscita. Complimenti