Più di incidenti e droga, ecco qual è la seconda causa di morte dei giovani

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Prevenire la morte silenziosa – di Luca La Mantia – Il suicidio è la seconda causa di decesso tra i giovani. Un lungo cammino verso il baratro

“Penso di essere stata molto chiara, ma nessuno si è fatto avanti per fermarmi”.E’ l’amara riflessione di Hannah Baker – protagonista della controversa serie tv “13 reasons why” – prima di togliersi la vita.

La fiction affronta i temi del bullismo, del sessismo e, più in generale, del disagio adolescenziale.

E’ una lenta discesa all’inferno quella di Hannah: le malelingue, il progressivo isolamento, il clima di pregiudizio che scoraggia ogni richiesta di aiuto per le violenze subite.

Fino ad arrivare al punto – è questo il senso della citazione – di pensare che i segnali lanciati siano stati volutamente ignorati.

E’ il prodromo dell’ultimo atto: la giovane si stende nella sua vasca da bagno e si recide le vene dei polsi.

Emergenza

Seguono le urla disperate dei genitori, riversi sul cadavere della figlia nel vano tentativo di rianimarla.

Scena che troppo spesso si verifica anche nel mondo reale, in Italia ad esempio, dove il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani.

Più degli indicenti stradali, più del consumo di alcol e droghe, cui, però, è sovente connesso.

Secondo l’ultimo studio dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza i tentativi di suicidio da parte dei teenager in due anni (dal 2015 al 2017) sono quasi raddoppiati: si è passati dal 3,3% al 5,9%, ovvero 6 su 100 di età tra i 14 e i 19 anni hanno provato a togliersi la vita.

Un dramma che riguarda soprattutto le ragazze (71%). Il 24% dei giovanissimi ha invece pensato almeno una volta a un gesto estremo.

“Circa la metà del campione che abbiamo intervistato (10.300 adolescenti, ndr) si percepisce depresso – ha spiegato all’Adnkronos la psicoterapeuta Maura Manca, presidente dell’Osservatorio –  una sensazione di tristezza, di malumore che colpisce oggi il 53% dei ragazzi e delle ragazze, la percentuale nel 2015 era pari al 33%.

Inoltre quasi il 36% ha dichiarato di avere frequenti crisi di pianto”. Per evitare tragedie, ha aggiunto Manca, occorre ascoltare i “campanelli d’allarme” perché il “il suicidio non è un raptus ma l’ultimo atto di un percorso di sofferenza in cui matura il disagio esistenziale.

Arrivano ad uccidersi perché nel momento in cui decidono di farlo non trovano nessun’altra risorsa interna a cui aggrapparsi. E’ come se fossero in una bolla isolante”.

Dati generali

In controtendenza (ma non meno serio) il dato generale del fenomeno. Qui i numeri – secondo uno studio dell’Istat del 2017 che ha coperto un arco temporale di 21 anni – sono in calo. Si è passati, per capirsi, dai 4.536 casi del 1994 ai 3.935 del 2015.

A togliersi la vita sono soprattutto gli uomini (69.763 contro 21.472 totali). Lo stesso report ci dice quali sono stati i mesi più “neri” da questo punto di vista. Non quelli autunnali o invernali (come si potrebbe pensare) ma quelli primaverili, in particolare maggio.

Metodi di morte

L’impiccagione e il soffocamento sono stati metodi più utilizzati tanto dagli uomini (52,53% dei casi) che dalle donne (36,7%).

Queste ultime sono ricorse, però, con maggior frequenza anche alla “precipitazione” (31,76%) rispetto agli esponenti dell’ex “sesso forte” (15,52%).

Per gli uomini segue l’utilizzo di armi da fuoco o di esplosivi (13,81%), lo scontro fra veicoli a motore (2,74%) e le armi da taglio (2,05%).

Mentre per le donne l’avvelenamento (9,98%), l’annegamento (7,83%) e le armi da fuoco (2,74%).

Gli altri metodi (non specificati) coprono il 5,13% dei casi fra uomini e il 5,90% tra le donne.

Il fattore web

Il web finisce con l’agevolare gli intenti di chi ha deciso di farla finita. Basta digitare “come suicidarsi”, “voglio farla finita”, “metodi indolori per morire”, “tecniche per il suicidio” e così via.

Nessun filtro, nessun “parental control“. Non bisogna nemmeno impazzire per accedere nei meandri del dark web. Chiunque a qualsiasi età può farlo.

Su Google il primo risultato (vivaddio) è un numero verde da contattare nel caso in cui l’utente non stia semplicemente curiosando ma coltivi veramente il pensiero di togliersi la vita.

Il resto (salvo poche eccezioni) è il trionfo della morte. Alcuni portali agiscono in modo subdolo. Prima mettono “le mani avanti” proponendo soluzioni alternative, consigliando consulti psicologici, libri, help center e compagnia cantando, poi passano in rassegna i diversi metodi.

Altri siti celano biechi fini commerciali dietro un’apparente solidarietà. Oltre a fornire il solito elenco dei metodi meno dolorosi, questi portali propongono, infatti, a più riprese l’acquisto di un potente barbiturico, sponsorizzato come il miglior modo per togliersi la vita.

Cause

Ma cosa spinge una persona a prendere in considerazione l’idea del suicidio? Il fenomeno è vasto e non esiste una sola causa.

Quelle legate ad aspetti patologici, peraltro, sembrano ridimensionate dallo studio dell’Istat. Nel triennio 2011-2013, ad esempio, solo il 13% dei casi è risultato connesso a problemi psichiatrici e solo il 5,7% a malattie fisiche.

Il resto, l’80%, non può essere ricollegato a nessun tipo di infermità. Per gli adolescenti le cause sono spesso ricondotte al bullismo, al disagio familiare e sociale. Mali vissuti per lo più in silenzio.

Proprio per questo è fondamentale non sottovalutare nessun segnale, anche quelli che sembrano meno importanti.

L’iter del suicidio è un cammino lungo un crinale che termina con un precipizio. Anche l’ultimo istante può essere quello buono per fare un passo indietro. Fonte: interris