NELL’INFERNO DEL TURISMO SESSUALE

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  • di Irene Ciambezi

Bambine e bambini di 10, 11, 12 anni abusati da turisti senza scrupoli per pochi dollari nei bordelli tristemente famosi di Bangkok e Pattaya. Se scappano e chiedono aiuto, spesso capita che i poliziotti stessi li rimettano nelle mani dei trafficanti. È questo lo scenario di certe terre di confine della Cambogia, una delle mete emergenti per turismo sessuale con minori. In questo Paese con forti contraddizioni e disparità tra le classi sociali, con massicci trasferimenti dalle campagne alle grandi città, segnato prima dai khmer rossi, poi dalla dominazione vietnamita e infine da un tempo di pace negli anni ’90, dopo un ventennio di guerra civile, si stima che siano 20 mila i minori fatti prostituire, e che il 30% dei turisti sessuali sia straniero.

Non solo occidentali

Secondo il Global Study on Sexual Exploitation of Children in Travel and Tourism di Ecpat International, organizzazione specializzata nel contrasto alla pedofilia che ha sede nella capitale thailandese Bangkok, “la nazionalità dei clienti tende sempre più a rispecchiare la consistenza dei flussi turistici provenienti da Giappone, Cina popolare, Taiwan, Singapore, Malaysia, Hong Kong, Corea del Sud”. Ma c’è ancora una presenza consistente di australiani, statunitensi, britannici, italiani, tedeschi.

Lotta allo sfruttamento

Nella Giornata mondiale del turismo, che ogni anno si celebra il 27 settembre, una luce di speranza si è accesa grazie all’impegno di tante organizzazioni che lottano ogni giorno per ridurre il crescente fenomeno dello sfruttamento sessuale di minori. Lo racconta Chiara Cattaneo, responsabile dei progetti in Cambogia di Mani Tese, l’organizzazione che dal 1964 è impegnata nel vasto campo della cooperazione internazionale in Africa, Asia, America Latina per sviluppare insieme alle comunità locali un’economia autonoma e sostenibile.

Sfida ambiziosa

“Collaboriamo da anni con Damnok Toek, un’organizzazione locale partner di progetto a Poipet, città al confine con la Thailandia, zona di passaggio dei piccoli vittime di traffico di esseri umani. Poipet negli ultimi decenni ha assistito a un’enorme crescita grazie al commercio transfrontaliero e ai numerosi casinò che vi operano. Per questo motivo decine di migliaia di persone vi migrano con le famiglie da ogni parte della Cambogia, convinti che la città possa offrire loro opportunità di lavoro. Negli anni abbiamo accolto centinaia di minori e giovani donne intercettati dalla polizia thailandese, rimpatriati in Cambogia e da noi reinseriti dove possibile all’interno delle famiglie”. La sfida di Mani Tese è ambiziosa: dopo essere state violentate le bambine e adolescenti cambogiane devono ritrovare fiducia e riscoprire che può esistere un progetto di vita per loro.

Il recupero delle vittime

Il percorso di recupero proposto prevede, oltre all’assistenza sanitaria e psicologica, anche il recupero delle proprie origini e della propria identità. Nel sud est asiatico il dramma di chi è vittima del traffico di esseri umani è anche quello di essere senza nome, senza un documento, senza un contesto abitativo stabile. E quindi diventa un’impresa anche ritrovare la famiglia di origine delle bambine salvate dal giro della prostituzione. “Il problema più grande che dobbiamo affrontare riguarda la ricerca delle famiglie delle bambine che accogliamo. Le migrazioni in queste zone di confine non sono stabili ma temporanee e diventa dunque importante il lavoro di rintraccio delle famiglie che possono essersi già spostate in un’altra area e delle assistenti sociali nella valutazione di un possibile reinserimento nelle famiglie di origine. Molti piccoli infatti non hanno alcun documento e nessuna registrazione anagrafica“.

Venduti dalle famiglie

Inoltre di frequente, la violenza e l’induzione alla prostituzione avvengono nel contesto familiare. “Qui, le famiglie povere e disperate che si sono trasferite in città provenendo da aree rurali povere anche di mezzi di comunicazione, si lasciano facilmente convincere dal denaro e dalle false promesse di una vita migliore per i figli nella vicina Thailandia da parte di trafficanti alla caccia di parenti vulnerabili. Ma il futuro dei bambini che lasciano la loro famiglia per la Thailandia è ben diverso da quello prospettato. Il loro sfruttamento può avvenire inizialmente attraverso l’accattonaggio o il lavoro domestico fino ad arrivare allo sfruttamento sessuale. Ma ci sono diversi gradi di consapevolezza sui rischi a cui si va incontro: ci sono famiglie che si affidano ad amici per mandare le figlie a lavorare come colf in una famiglia e poi invece a Bangkok sono sfruttate nei bordelli”.

I clienti

Ma chi sono quegli uomini, quei clienti, quei turisti che abusano delle bambine e come intervenire nella lotta allo sfruttamento della prostituzione minorile? “È difficile avere dei dati certi ed è difficile quantificare il fenomeno – spiegano gli operatori di Mani Tese -. Sicuramente non si tratta solo di turisti occidentali: a Poipet per esempio ci sono casinò in cui arrivano uomini thailandesi per il turismo sessuale locale. È così anche nelle zone marittime. La presenza di turisti occidentali, come anche gli italiani, rimane comunque ancora molto forte. Per questo puntiamo molto sulle campagne di sensibilizzazione, perché si modifichi questo approccio alla donna e alla sessualità che è dominante, che non guarda all’età, alla condizione di vulnerabilità, ai traumi delle vittime e quindi richiede percorsi di rieducazione per i clienti. I turisti, essendo lontani da casa, si sentono più liberi, e coi soldi in tasca si sentono onnipotenti. C’è un grave problema culturale di fondo”.

Falle nel sistema

In Thailandia e in Cambogia esiste una legislazione che prevede il contrasto dei trafficanti ma è difficile dimostrare il reato di tratta e pochi sono i casi di arresti. È prevista anche la punibilità del cliente per reato di prostituzione minorile ma in questi Paesi asiatici esiste una corruzione endemica per cui accade che le piccole e le giovani donne sfruttate nel giro della prostituzione siano consegnate alla polizia ma sono i poliziotti stessi che le rimettano nelle mani dei trafficanti. Ma anche se il cammino è lungo, c’è speranza di arginare questa terribile piaga e prevenire la violenza sui minori. “Noi non ci scoraggiamo – spiega Chiara Cattaneo -. Ogni anno portiamo avanti delle campagne di informazione basilare rivolte alle famiglie emigrate in questi territori. Attraverso spot, manifesti, incontri nelle comunità locali cerchiamo di avvisarle del pericolo che i trafficanti possono essere anche dei vicini, degli amici, dei parenti stessi che si nascondono dietro l’inganno di un sostegno economico alla famiglia tramite il lavoro delle figlie”.

Nelle scuole

Gli operatori di Mani Tese raccontano il loro impegno anche nelle scuole spiegando i rischi della compravendita di bambini e bambine, e che le cause – mancanza di stabilità abitativa, di servizi sanitari, di opportunità di lavoro – che spingono a cedere di fronte alle promesse di facili guadagni vanno risolte insieme, col coinvolgimento dei genitori, delle istituzioni e delle organizzazioni che lavorano per dare un futuro alle nuove generazioni della Cambogia.

fonte: interris