Non più destra e sinistra ma alto e basso

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  • di Diego Fusaro

Il conflitto tra Capitale e Lavoro nella cornice dello Stato sovrano nazionale con primato della politica sull’economia dovrà tornare a essere il fuoco prospettico attorno al quale organizzare le armi della critica, in modo tale da elaborare una nuova teoria rivoluzionaria che, al di là delle tradizionali e ormai inservibili categorie topologiche di destra e sinistra, assuma come proprio orientamento teleologico l’emancipazione della società e la sua ridefinizione democratica in forme etiche e solidali fondate su libere individualità comunitarie.

Con il transito al capitalismo assoluto e post-dialettico, si è, infatti, verificato un mutamento della geometria spaziale della politica. La vecchia dicotomia topografica esprimente l’opposizione di destra e sinistra si è esaurita: e, in suo luogo, è subentrata la nuova antitesi tra basso e alto, tra Servo nazionale-popolare e Signore mondialista.

Se l’alto del Signore è di sinistra nei valori (mondialismo, libertinismo, radicalismo libertario, sconfinamento no border) e di destra nelle idee (competitivismo, deregulation, privatizzazione, spoliticizzazione), il basso del Servo dovrebbe essergli antitetico: dovrebbe, cioè, assumere valori di destra (radicamento, patria, onore, lealtà, trascendenza, famiglia, eticità) e idee di sinistra (emancipazione, diritti sociali, eguale libertà materiale e formale, dignità del lavoro, socialismo democratico nella produzione e nella distribuzione).

Momento imprescindibile per il ritorno a una lotta bilaterale che superi la forma odierna del massacro di classe a senso unico, la ripoliticizzazione del conflitto verticale tra Servo e Signore non può darsi fintantoché non si costituisca un partito che assuma come proprio orientamento la difesa dell’interesse del precariato e, conseguentemente, l’incondizionata opposizione tanto alle politiche dell’élite globalista, quanto alle grammatiche dominanti.

Il superamento della contraddizione può raggiungersi solo per via politica: e, più precisamente, per il tramite di una soggettività cosciente organizzata e guidata da un partito che sappia estendere gradualmente la propria egemonia culturale e politica, in ciò favorito da un nuovo ceto intellettuale in grado di cartografare alternativamente l’accidentato territorio del quadro post-1989.

La lotta deve, dunque, essere una lotta politica per l’egemonia e, più precisamente, per una contro-egemonia rispetto a quella che, nella forma della violenza simbolica, l’élite liberal-libertaria e i suoi oratores stanno esercitando senza opposizione di rilievo.

fonte: Interesse Nazionale