Nuovi schiavi: uno su quattro è un bambino

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  • di Anna Bono

L’Organizzazione internazionale del lavoro, la fondazione Walk Free e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni il 19 settembre hanno presentato due documenti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite in corso al Palazzo di Vetro. Uno riguarda le moderne forme di schiavitù, l’altro il lavoro infantile, due fenomeni interconnessi. È un minore infatti uno schiavo su quattro.

Per “moderne schiavitù” si intendono tutte le forme di sfruttamento imposte con minacce, coercizione e abuso di potere a persone che non sono in grado di sottrarvisi. Il rapporto, relativo al 2016, rivela che vivono in questa condizione 40,3 milioni di persone, dieci milioni delle quali minorenni: 24,9 milioni soggette a lavoro forzato e 15,4 milioni vittime di matrimoni imposti. Si stima che siano 16 milioni le persone che svolgono lavori forzati nel settore privato. 4,1 milioni vi sono costrette da autorità statali. 4,8 milioni infine sono sfruttate sessualmente.

Globalmente le vittime di forme moderne di schiavitù sono 5,4 ogni mille abitanti: 5,9 persone adulte ogni mille adulti e 4,4 minori ogni mille minori. Aver deciso di includere i matrimoni imposti tra le forme di schiavitù moderna porta a 29 milioni, pari al 71% del totale, le donne schiave. L’84% dei matrimoni imposti riguardano infatti donne e ragazze, circa il 37% delle quali, pari a 5,7 milioni, erano minorenni al momento delle nozze: il 44% costrette a sposarsi prima di aver compiuto 15 anni. I matrimoni imposti sono la causa per cui l’Africa si aggiudica il primato del più elevato tasso di schiavitù: 7,6 schiavi ogni mille abitanti. Restringendo il campo al lavoro forzato, il tasso africano scende invece a 2,8 su mille rispetto al 4 su mille di Asia e Pacifico e al 3,6 di Europa e Asia centrale.

Tutte le cifre relative alla schiavitù sono da considerare per difetto a causa della difficoltà di reperire dati e individuare le vittime. Quasi sicuramente quelli più al ribasso sono i dati relativi ai matrimoni imposti. Secondo una indagine della Banca Mondiale pubblicata lo scorso luglio si sposano ogni anno oltre 15 milioni di donne di età inferiore a 18 anni, una ogni due secondi, gran parte delle quali minori di 15 anni, anche soltanto di 9-10 anni. Non tutte sono costrette al matrimonio, ma più diminuisce l’età della sposa e più aumenta il numero di matrimoni decisi dalle famiglie e imposti: spesso, come è noto, con uomini di età molto più avanzata e che le giovani spose incontrano solo nei giorni o nelle settimane precedenti le nozze: uomini, inoltre, che in molti casi hanno “acquistato” la moglie pagando ai genitori il cosiddetto prezzo della sposa, una istituzione tradizionale, presente in centinaia di etnie, tuttora rispettata da milioni di persone.

Il secondo documento presentato all’Assemblea generale riporta i dati relativi al lavoro minorile e anche in questo caso il primato spetta all’Africa con un minore su cinque impiegato.

Per lavoro minorile, precisa il rapporto, non si intendono tutte le occupazioni affidate ai minori, ma solo quelle pericolose, svolte per troppe ore o da bambini troppo piccoli, che rischiano di comprometterne il benessere, li privano del tempo libero e dei giochi a cui l’infanzia ha diritto e impediscono loro di andare a scuola. È questa la condizione di 151,7 milioni di minori di età compresa tra cinque e 17 anni, quasi la metà dei quali – 72,5 milioni – svolgono attività pericolose per la loro salute, la loro sicurezza e il loro sviluppo morale. I maschi sono 87,5 milioni, le femmine 64,1 milioni. Bisogna però considerare che nel calcolo non sono inclusi i lavori domestici che ricadono molto più sulle bambine e le ragazze. In media le femmine svolgono il 40% di lavori domestici in più che i maschi. Lo sostiene un’indagine condotta dall’Unicef nel 2016. In tutto le bambine ogni anno lavorano in casa – pulizie, cucina, cura di bambini, ammalati e anziani… – 160 milioni di ore in più rispetto ai loro coetanei. Inoltre alcune mansioni come raccogliere legna e attingere acqua da pozzi e sorgenti, lontano da casa, accrescono il rischio di violenze sessuali.

Con l’età aumentano le ore di lavoro fino ad arrivare alle 43 ore settimanali e oltre lavorate dal 63,3% dei minori di età compresa tra 15 e 17 anni. Il 75,7% di quelli tra i 12 e i 14 anni lavora da 14 a 42 ore alla settimana, ma anche in questa fascia d’età il 14,6% lavora per 43 ore e più. Persino tra i bambini di 5-11 anni il 6,1% lavora più di 42 ore, il 32,6% da 14 a 42 ore settimanali e il 61,3% meno di 14 ore.

Quasi un terzo dei minori che lavorano non frequenta la scuola. Non studia il 28,6% dei bambini lavoratori di età compresa tra 5 e 11 anni e il 36,7% di quelli tra 12 e 14 anni. Quelli che riescono ad andare a scuola rendono meno dei compagni perché hanno poco tempo per studiare a casa e frequentano le lezioni saltuariamente. Anche quelli che affiancano i genitori nelle attività famigliari possono studiare e seguire le lezioni  solo quando a casa non c’è bisogno di loro.

Unico dato positivo in un quadro così drammatico è la costante diminuzione dei bambini lavoratori. Nel 2016 se ne contano 94 milioni in meno rispetto al 2000.

fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana