Ode a Di Battista

0
  • di Marcello Veneziani

L’avrà fatto come voi dite per ripicca perché a lui, benché il più amato dopo Grillo, è stato preferito come candidato premier Di Maio.

L’avrà fatto per promuovere il suo nuovo libro e poi rientrare trionfalmente in politica, a pressante richiesta della Rete.

L’avrà fatto per farsi pregare, per non assistere al possibile flop di Di Maio e risultare la carta di riserva, anzi il jolly dei grillini, sapendo che si tornerà a votare molto presto.

Sarà tutto vero, ma a me il gesto di Alessandro Di Battista di ritirarsi dalla politica attiva, anzi dal Parlamento, piace.

È un gesto bello e romantico che dà al bel giovanottone a 5 stelle quell’aura mitico-rivoluzionaria da Cheguevara all’amatriciana che lui ha sempre voluto rappresentare. E poi siccome è italiano prima che rivoluzionario, Di Battista ha detto di averlo fatto perché tiene famiglia, c’è il figlio neonato che è piezz’e core e se lo vuole spupazzare, c’è la voglia di godersi la moglie e la creatura e alternare il passeggino alla motocicletta.

Così è andato in aspettativa per paternità. Prima di lui solo Vendola ritiratosi in maternità.

Bello il gesto di Ale anche perché raro, e leggermente perverso, se si pensa che non solo Di Battista non si candida, si ritira, lascia il posto; ma lo fa quando non ha ancora quarant’anni. E qui viene stridente il confronto col vecchio ceto politico che torna alla carica e si mangia i rottamatori e i delfini: Prodi, Fassino, Bersani, D’Alema, Casini e sopra tutti Silviosauro, il mitico, rinato Berlusconi VII, alla sua settima vita come i gatti e i sovrani taumaturghi.

Ci dev’essere qualcosa di malsano nella politica se un giovane lascia e un vecchio raddoppia, uno va in pensione anticipata da ragazzo e l’altro torna in servizio dopo gli ottant’anni, rimesso al mondo dalla sentenza (sacrosanta) sui soldi da non passare più all’ex seconda moglie.

Di Battista, pur essendo l’ala bohemienne del grillismo, il flaneur viaggiatore, tutto sudamerica, moto e piazza, descamisado e desterrado, ha al suo attivo meno gaffè del più istituzionale Di Maio che dorme vestito con l’abitino da premier perché teme che qualcuno di notte possa fargli le scarpe.

Invece Di Battista ha una laurea, ha pure lavoricchiato da qualche parte. Insomma non fa del tutto parte di quel plotone di sfaccendati che descrive il Berlusca quando parla dei grillini. Ma lui se ne va agli arrosti domiciliari.

E a noi chi lascia, piace. Anche per un’antica propensione per i dimissionari, i rinunciatari, o come diceva Pessoa, per l’estetica dell’abdicazione. Tanto più che non lascia il rimpianto perché avrebbe potuto cambiare le cose, ah, ci fosse stato un Di Battista avremmo un uomo di governo di prim’ordine.

No, meglio per lui e anche un po’ per noi. Anche se è stato, come ha detto bene Salvini, coerente e onesto. Ma lui è on the road, la sua politica è o era l’indignazione da strada, la manifestazione, il cobas della politica. Anche se poi, come tutti i grillini, è arrivato in Parlamento con un numero di preferenze che un tempo non sarebbero bastate nemmeno per fare il consigliere comunale: trecento voti o poco più.

Ma, via le malignità, a me piace il messaggio che lancia: ci sono più cose in cielo e in terra che la politica, Grillo e la campagna elettorale.

La vita non è a Montecitorio e nemmeno davanti a protestare, ma nella pampa o nel tinello, a far dormire il pupo. Sogni d’oro a tutti e due, papà e figlio. E un saluto (romano) al nonno, il camerata Vittorio che così non dovrà crescersi lui il figlio della lupa.

MV, Il Tempo 22 novembre 2017

Fonte: MARCELLO VENEZIANI