Li mortacci tua: cosa si nasconde dietro alla famosa offesa romanesca?

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in foto: Alberto Sordi e Vittorio Gassman ne "La Grande Guerra" di Mario Monicelli (1959). Immagine: wikipedia.it

Li mortacci tua: quali significati si nascondono dietro la colorita offesa romanesca?

  • di Federica D’Alfonso

La vivace espressione tipica del dialetto romano affonda le radici nella cultura popolare, ricca di risorse per comunicare stati d’animo fra i più variegati: dalla Roma papalina al giorno d’oggi, l’insulto agli antenati ha assunto diversi e curiosi significati.

“Chi siete?”. “Semo l’anima de li mortacci tua!”: la celebre scena del film di Monicelli “La Grande Guerra” racchiude tutta l’irriverenza e la forza comunicativa della nota espressione dialettale romanesca. Un’espressione che, anche attraverso il cinema italiano è filtrata nella quotidianità con significati e usi fra i più disparati. L’offesa rivolta ai “mortacci” racchiude una varietà di usi e significati profonda, nota ai più: ma l’irriverente insulto conserva anche legami con il passato che oggi si dimenticano.

L’accusa, terribile, di discendere da parenti pessimi e spregevoli, è particolarmente significativa in una cultura come la nostra in cui, sin dai tempi dell’antichità, il culto dei defunti riveste un’importanza fondamentale. Non esiste modo migliore di offendere qualcuno di quello di insultare i suoi parenti più cari: il romanesco, nella sua parlata colorita e travolgente, ha fatto propria questa “usanza” trasformandola in un vero e proprio intercalare con molteplici significati, alcuni dei quali niente affatto negativi.

I morti “in carriola”, i peggiori
“Li mortacci tua” è soltanto uno dei modi con i quali è possibile sortire l’effetto desiderato: esistono numerose varianti dell’insulto, tra le quali la più curiosa (e forse ad oggi, in un’epoca in cui la comunicazione deve essere il più diretta ed incisiva possibile, meno usata) “li mortacci tua e de tu nonno ‘n cariola co le zampe de fora”. La colorita espressione ha una storia molto particolare, che affonda le radici nell’usanza, durante le epidemie, di depositare i morti su appositi letti chiamati “cariole”.

Questa pratica era soprattutto rivolta ai più poveri e a coloro che non avevano le risorse economiche per guadagnarsi una sepoltura dignitosa: un morto povero, ultimo degli ultimi. Un’altra variante ancor meno usata è quella di offendere i “mortanguerieri”: oggetto dell’insulto questa volta non sono i defunti più prossimi, ma addirittura i lontani antenati morti anonimamente in battaglia, da “guerrieri” appunto.

Al di là del significato letterale
Lungi dall’essere considerata una vera e propria bestemmia, con il tempo l’espressione ha progressivamente perduto anche quella valenza profondamente ingiuriosa delle origini: spesso può essere utilizzata come espressione di meraviglia o stupore. Testimonianza di una caratteristica estremamente significativa che racchiude tutto il potenziale della lingua parlata: la consistenza della parola, il suo significato letterale, sparisce per lasciare posto alla spontaneità delle emozioni che essa veicola, trasformandosi in un intercalare rafforzativo.

I gesti e i sentimenti che accompagnano l’esclamazione sostituiscono il significato letterale regalando ad una volgare offesa la capacità di esprimere addirittura meraviglia, stupore o rabbia, anche nei confronti di se stessi. L’espressione arriva così anche oltre le parole, per raccontare un mondo di usanze, culture e sentimenti fra i più diversi: è così che anche una parolaccia può essere considerata ancora oggi simbolo della estrema vivacità della cultura popolare.

Fonte: Fanpage