Papa Francesco e la strepitosa linea sui migranti che nessuno si aspetta

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Migranti ed il caso Aquarius. Le parole di Papa Francesco e Caffarra sono la bussola

I naufraghi a bordo della nave Aquarius verranno trasferiti su navi italiane e condotti a Valencia.

Queste le ultime notizie dopo che il ministro degli Interni, Matteo Salvini, ha negato alla nave il permesso di attraccare in un porto italiano.

Il Paese è diviso e la lotta intestina tra buonisti e razzisti -così come entrambi gli schieramenti si definiscono a vicenda- è senza esclusione di colpi.

Anche parte della comunità cattolica è travolta nel volgare furore dei social, in un irrazionale clima da ultrà.

A venire verbalmente colpiti anche alcuni esponenti ecclesiastici, in gran parte contrari al principio di non accoglienza.

Spiace vedere come la retorica anticlericale sia penetrata così profondamente in casa cattolica: “taci cardinale, facile predicare mentre vivi nel lusso!”. “Il Vaticano non si deve intromettere nella politica italiana!”. “I vescovi si occupino piuttosto dei preti pedofili!”. Questi alcuni tweet e post di “cattolici militanti”, che hanno interiorizzato le classiche accuse del laicismo.

Il compianto card. Carlo Caffarra non è più tra noi, possiamo però il suo giudizio sul fenomeno immigratorio è più che attuale e può aiutare a formarsi un’opinione sana sulla tematica.

“Ero straniero e non mi avete accolto” (Mt 25,43), ha twittato in queste ore il card. Gianfranco Ravasi.

Le intenzioni del porporato sono ottime, usare il Vangelo come coscienza critica del presente, per sensibilizzare l’opinione pubblica.

Certamente non intendeva affidare ad un tweet il giudizio di una situazione così complessa, però questo è purtroppo passato.

Caffarra avvertì la possibilità di tale semplificazione: «Le generiche esaltazioni della solidarietà e del primato della carità evangelica -che in sé e in linea di principio sono legittime e anzi doverose- si dimostrano più generose e ben intenzionate che utili, se rifuggono dal commisurarsi con la complessità del problema e la ruvidezza della realtà effettuale».

L’arcivescovo di Bologna non riteneva affatto negativi i flussi immigratori. Anzi, disse: «Una consistente immissione di stranieri nella nostra penisola è accettabile e può riuscire anche benefica».

In particolare, perché «l’Italia ha bisogno di forze lavorative che non riesce più a trovare nell’ambito della sua popolazione», ed inoltre per sopperire al «terrorismo culturale antidemografico», prodottosi a causa dell’«assenza di ogni correttivo legislativo e politico che ponesse qualche rimedio all’egoistica e stolta denatalità».

Inoltre,«di fronte a un uomo in difficoltà -quale che sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza- i discepoli di Gesù hanno il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità. Il Signore ci chiederà conto della genuinità e dell’ampiezza della nostra carità e ci domanderà se abbiamo fatto tutto il possibile».

Ma il “possibile” ha dei limiti. Innanzitutto, da questo «non se ne può dedurre -se si vuol essere davvero “laici” oltre tutti gli imperativi ideologici- che una nazione non abbia il diritto di gestire e regolare l’afflusso di gente che vuol entrare a ogni costo.

Tanto meno se ne può dedurre che abbia il dovere di aprire indiscriminatamente le proprie frontiere. Bisogna piuttosto dire che ogni auspicabile progetto di pacifico inserimento suppone ed esige che gli accessi siano vigilati e regolamentati.

E’ tra l’altro davanti agli occhi di tutti che gli ingressi arbitrari -quando hanno fama di essere abbastanza agevolmente effettuabili- determinano fatalmente da un lato il dilatarsi incontrollato della miseria e della disperazione (e spesso pericolose insorgenze di intolleranza e di rifiuto assoluto)».

La seconda condizione posta da Caffarra è la salvaguardia della «fisionomia propria della nazione. L’Italia non è una landa deserta o semidisabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza una inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto».

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Anzi, «il cattolicesimo -che indiscutibilmente non è più la “religione ufficiale dello Stato”- rimane nondimeno la “religione storica” della nazione italiana, la fonte precipua della sua identità, l’ispirazione determinante delle nostre più vere grandezze.

Sicché è del tutto incongruo assimilarlo socialmente alle altre forme religiose o culturali». Capitolo a parte per gli immigrati di convinta fede musulmana i quali, eccezioni a parte, «vengono a noi ben decisi a rimanere sostanzialmente “diversi”, in attesa di farci diventare tutti sostanzialmente come loro».

Per cui Caffarra propose il “principio di reciprocità”, ovvero «consentire in Italia per i musulmani, sul piano delle istituzioni da autorizzare, solo ciò che nei paesi musulmani è effettivamente consentito per gli altri».

Checché se ne dica, la posizione di Caffarra è in coerenza con quella espressa più volte da Papa Francesco: «Un approccio prudente da parte delle autorità pubbliche non comporta l’attuazione di politiche di chiusura verso i migranti, ma implica valutare con saggezza e lungimiranza fino a che punto il proprio Paese è in grado, senza ledere il bene comune dei cittadini, di offrire una vita decorosa ai migranti, specialmente a coloro che hanno effettivo bisogno di protezione».

La stessa salvaguardia della fisionomia della nazione ospitante, è una preoccupazione anche per Papa Francesco: «occorre garantire che i popoli che li accolgono non sentano minacciata la propria sicurezza, la propria identità culturale e i propri equilibri politico-sociali. D’altra parte, gli stessi migranti non devono dimenticare che hanno il dovere di rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dei Paesi in cui sono accolti».

E’ ancora Papa Francesco ad indicare che «non si può chiudere il cuore a un rifugiato ma ci vuole anche la prudenza dei governanti: devono essere aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato lo si deve anche integrare. E se un Paese ha una capacità di venti di integrazione, faccia fino a questo. Un altro di più, faccia di più. Ma sempre il cuore aperto: non è umano chiudere le porte». Fonte UCCR