Il poliziotto che ha ucciso e stuprato decine di donne perché sua moglie lo ha tradito

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Mikhail Popkov, il poliziotto che stuprava e uccideva le donne: è accusato di oltre 80 omicidi

  • di Angela Marino

Per 18 anni la polizia russa si è interrogata sull’identità dell’uomo che stuprava e uccideva le donne di Angarsk, Siberia. Nel 2012, l’intuizione di confrontare il DNA del killer con quello dei poliziotti ha portato all’arresto del killer. Mikhail Popkov, sergente della polizia, per 20 anni al servizio della legge era l’uomo che ha ucciso e squartato studentesse, insegnanti, madri di famiglia.

Quando fu arrestato nel 2015, Mikhail Popkov, classe 1964, di Noril’sk, paesino dal clima siderale nel punto più alto della Siberia, non era più un poliziotto da qualche anno. Lavorava nel settore della sicurezza privata come guardia giurata, eppure i suoi ex colleghi si ricordavano perfettamente di lui. Fu un trauma per loro scoprire che il ‘Licantropo’, l’assassino stupratore di centinaia di donne, anche detto ‘il killer del mercoledì’, era proprio il caro vecchio Mikhail, amico, marito e padre esemplare.

Gli omicidi erano cominciati nel 1992, in Siberia, quando una donna era stata trovata stuprata e squartata. Intanto, per Mikhail, sposato da oltre 10 anni, cominciava una lunga crisi coniugale aperta dal sospetto che sua moglie Elena, anche lei nelle forze dell’ordine, avesse una relazione con un collega, Alexey Mulyavin. Era vero. Quella tra Elena e Alexey fu una breve relazione, ma Mikhail ne rimase profondamente segnato. Amava sua moglie e la piccola Ekaterina, l’unica figlioletta, ma doveva riuscire a convivere con quella ferita. Fu così che escogitò il suo personale modo per sopravvivere.

Chi erano le vittime

I cadaveri di giovanissime donne, insegnanti, studentesse, segretarie, cominciarono ad accumularsi ai bordi delle strade di Angarsk, mentre Popkov rimetteva insieme i pezzi del suo matrimonio. Quando la tensione saliva, Mikhail usciva a caccia di donne ‘cattive’, dove il concetto di ‘cattive’ includeva tutte quelle donne che si trovavano fuori dalle mura di casa la sera, da sole, per qualunque motivo. In divisa, quindi perfettamente riconoscibile come esponente delle forze dell’ordine, si avvicinava a loro con l’aria del buon samaritano: “Buonasera signora, posso darle un passaggio?”.  Nei pochi secondi che separavano domanda e risposta, si incastrava la sentenza di morte.

Le armi dei delitti

Una donna che accettava un passaggio in auto da uno sconosciuto, benché poliziotto, per Popkov meritava di morire. Per ammazzare utilizzava uno strumento qualsiasi, purché fosse efficace: coltelli, punteruoli, mazze da baseball, cacciavite, ascia, qualsiasi cosa che potesse essere ripulita dalle impronte, come ogni buon poliziotto sapeva fare. Ogni volta che se la cavava, ogni volta che il profilo del maniaco veniva accostato a quello di un balordo emarginato, Mickhail si sentiva più forte. Era un passo avanti agli investigatori perché era uno di loro e questo accresceva il senso di onnipotenza. Diventò spavaldo al punto di da uccidere un insegnante di musica della scuola di sua figlia Ekaterina, il funerale fu pagato dagli allievi con una colletta.

Come lo hanno catturato

Elena sapeva che suo marito nascondeva qualcosa, ma aveva paura di sapere di cosa si trattasse. Aveva paura di chiedergli di quella strana ronda del mercoledì, proprio il giorno in cui il serial killer faceva ritrovare le sue vittime, di mettere a rischio la stabilità della sua famiglia. Intanto Mikhail si sentiva inarrestabile. Eppure c’era qualcosa che non aveva calcolato, l’arrivo del test del DNA, una svolta fondamentale nei metodi di indagine che rimetteva in discussione anche i vecchi casi. E Popkov, di DNA, ne aveva lasciato ovunque: sui corpi, sui reperti, sulle scene, il suo codice genetico era dappertutto. Gli restava ancora un asso nella manica: era pur sempre un poliziotto, sebbene diventato ex, e il DNA degli agenti non è nel database.

Confessioni di un serial killer

Ma nel 2012 e autorità russe decisero di raccogliere campioni di DNA da oltre tremila uomini tra agenti di polizia attivi ed ex, ed eccola lì la corrispondenza: Mikhail Popkov, ‘quel bravo ragazzo’.  Quando gli misero le manette Mikhail confessò 22 delitti, quanto bastava per fare di lui uno dei killer più odiosi e odiati della Russia. Tre anni dopo la condanna all’ergastolo e il marchio di ‘mostro’ ha deciso di confessare anche gli ‘altri’. Oggi è accusato di circa 83 omicidi, che, se confermati, farebbero di lui il terzo serial killer più prolifico al mondo. Mentre Elena continua a negare di aver mai sospettato del marito, l’ex poliziotto ripete: “Anche se sono considerato il peggior killer di sempre, sono stato un ottimo marito e padre”.

Fonte: Fanpage