Presidenza Trump: l’inganno della rivincita dei Democratici

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Presidenza Trump

L’inganno della rivincita dei Democratici e l’eterno dilemma delle armi: analisi dell’enorme fraintendimento rispetto alla presidenza Trumpdi Alex Angelo D’Addio

Come sempre accade, la cronaca politica trova con facilità spunti per raccontare e raccontarsi giornalmente: agevolato dalla rapidità e dalla accessibilità del flusso informativo – grazie alla Rete e a tutto ciò che intorno ad essa graviti -, il racconto dell’attualità istituzionale e governativa non risulta mai stantio, ed anzi riesce a rinnovarsi con incredibile costanza.

Ovviamente, i fatti quotidiani favoriscono questo processo, e ne costituiscono i contorni più variopinti, benché talvolta devino la realtà e la tratteggino a piacimento.

A conferma di questa osservazione, il caso ultimo – in ordine di tempo e di valenza – è la combinazione fra gli scrutini del 6 novembre per l’aggiornamento rappresentativo del Congresso e l’iracondia assassina di un ex-militare 28enne in California successiva di alcuni giorni alle urne, ove la maratona ad indicare un nemico comune ad entrambe le vicende ha persino sorpassato la necessità di descriverle nei minimi particolari.

Manco a dirlo, Donald J. Trump è stato bersagliato dal visibilio post-elettorale del Partito Democratico – riappropriatosi della Camera dei Rappresentanti -, ed è stato travolto dalla bufera sollevata dalla morte di 11 ragazzi nella sparatoria, dovendo per altro sorbirsi le consuete accuse di insuccessi amministrativi e di mandante morale.

A ben vedere, la tattica di inquinamento mediatico alla quale i principali detrattori dell’inquilino della Casa Bianca ricorrono per delegittimarne l’operato, è molto chiara: indipendentemente dall’avvenimento, ogni circostanza è funzionale per additare Trump di inadeguatezza, scadenza, fomentazione e repulsione.

In relazione allo spoglio dello scorso martedì, infatti, gli insediamenti nel Congresso di nuovi referenti dei cittadini sono stati il prologo di un’invettiva accesa e francamente fastidiosa nei riguardi del Presidente statunitense.

Gli oppositori della presidenza Trump

Da parte degli affiliati democratici, che sono fautori di quell’idea di progresso del Terzo Millennio intriso di umanitarismo di pronto accomodo, egualitarismo da attico, e di partecipazione sociale stile talk-show, l’urgenza di proporre adeguamenti risolutivi ad argomenti problematici – quali quelli di una sanità, un’istruzione, ed appunto una compravendita delle armi da fuoco, ormai da 30 anni nel mirino di un liberal-capitalismo da usura -, è stata dissolta dall’occasione di tacciare “The Donald” di inopportunità e di estremismo, in ossequio al dogma di un’avversione al pensare alternativo che solo il politicamente corretto è capace di generare a così elevati livelli di rigetto.

Tant’è che, a voler infierire ulteriormente sulla pochezza contenutistica degli oppositori dei Repubblicani, è passato totalmente in sordina il fatto che il Senato sia ancora monopolizzato dal partito di Trump e che il suo predecessore Obama non riuscì nemmeno a conservare una delle due sedi assembleari in passato, dato che stride con la desunta superiorità programmatica e valoriale (?!) dei Dem.

Stesso responso per quel che concerne la tragedia californiana, nella quale la polemica politica ha invaso il campo di un doveroso e silente commiato, a causa dei frastuoni propagandistici dell’oltranzismo contro Trump, reo di asserragliare gli States, sebbene ad inizio del marzo passato – durante il post-strage nel sud della Florida – avesse confermato l’intenzione di irrigidire le disposizioni in materia di acquisizione e di detenzione delle canne mozze.

L’unica possibilità dei Democratici

Al netto degli sviluppi della contemporaneità, c’è un equivoco di fondo che scombussola i piani di rovesciamento delle gerarchie di governance a stelle e strisce: prima che essere un fenomeno da rotocalco, Trump è un fulmine metapolitico interclassista e trasversale, scaturito dall’auto-cerimonialismo della bipolare nomenclatura partitocratica del recente ventennio, e non soggetto agli eventi che addirittura egli pilota ed addomestica, essendo praticamente entrato di diritto nella storiografia mondiale. Che piaccia o meno, ma sicuramente a ragione, e non a torto.

Dunque, a fronte dell’impossibilità di mutare il corso dei referti storici, l’unica possibilità è che i Democratici puntino ad una riconnessione della base di militanti, attivisti e semplici elettori, con le varie realtà di apparato: oltre ad indispettire, la dottrina piccolo-borghese che catechizza sull’importanza dell’accoglienza indiscriminata e della cooperazione arcobaleno, cozza con la priorità dell’interesse nazionale che dovrebbe essere prerogativa di ogni Stato.

Il progressismo d’assalto – leva primaria della contraddittoria democrazia liberale che è vuota caratteristica del presente XXI Secolo – stona al cospetto della preminenza di giustizia sociale e comunitarizzazione: Trump sembra averlo compreso, i suoi rivali proprio no.

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