Caso Riina, “No” del Tribunale di Bologna alla scarcerazione

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di Antonio Di Mola

Magistrati riuniscono due procedimenti. Il capo dei capi di Cosa Nostra: “Non mi pento”.

Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra rimane detenuto in regime di 41bis nel reparto riservato ai carcerati dell’ospedale di Parma. Il Tribunale di sorveglianza di Bologna ha infatti rigettato la richiesta di differimento della pena o, in subordine, di detenzione domiciliare presentata dai legali del boss motivata da ragioni di salute. Ad opporsi il pg di Bologna, Ignazio De Francisci, che per anni ha lavorato a Palermo. I giudici hanno riunito due procedimenti, decidendoli insieme. Secondo i magistrati, Riina “non potrebbe ricevere cure e assistenza migliori in altro reparto ospedaliero ossia nel luogo in cui ha chiesto di fruire della detenzione domiciliare”. Per i giudici è “palese”, a Parma, “l’assoluta tutela del diritto alla salute sia fisica che psichica del detenuto”.

A Parma la giusta assistenza

A Totò Riina, “soggetto affetto da plurime patologie, alcune delle quali tipicamente connesse all’età avanzata“, nella struttura di Parma vengono “non solo somministrate cure e terapie di altissimo livello con estrema tempestività di intervento, ma anche, e soprattutto, prestata assistenza di tipo geriatrico con cadenza quotidiana ed estrema attenzione e rispetto della sua volontà, al pari di qualsiasi altra persona che versi in analoghe condizioni fisiche”. E’ quanto scrivono i giudici affrontando il tema delle condizioni del boss e il diritto a morire dignitosamente, citato dalla Cassazione. Un diritto, tuttavia, che deve intendersi come “il diritto a morire in condizioni di rispettabilità e decoro”: la complessiva situazione di Riina non solo non viola tale diritto, ma, per i giudici, non costituisce neppure “una prova di intensità superiore all’inevitabile livello di sofferenza inerente alla detenzione”, come indicato da una sentenza Cedu.

Riina ha ancora potere

Tra i passaggi cruciali dell’ordinanza del Tribunale bolognese, si legge che il capo dei capi appare “ancora in grado di intervenire nelle logiche di Cosa Nostra“, nonostante le sue condizioni di salute e l’età ormai avanzata e “va quindi ritenuta l’attualità della sua pericolosità sociale”. “La lucidità palesata” da Riina e “la tipologia dei delitti commessi in passato (di cui è stato spesso il mandante e non l’esecutore materiale) – proseguono i giudici – fanno sì che non si possa ritenere che le condizioni di salute complessivamente considerate, anche congiuntamente all’età, siano tali da ridurre del tutto il pericolo che lo stesso possa commettere ulteriori gravi delitti (anche della stessa indole di quelli per cui è stato condannato)”. Dello stesso parere anche il colonnello Antonio Di Stasio, Comandante Provinciale dei Carabinieri a Palermo. “Riina mantiene ancora ferma la sua posizione da capo – afferma Di Stasio – seppure sia in carcere e ancora una figura autorevole e autoritaria. E quello che si è fatto nel tempo – aggiunge il colonnello – oltre a depotenziare il sodalizio corleonese ha attaccato il suo patrimonio. Non solo il patrimonio nella sua disponibilità, ma anche nella disponibilità della moglie e dei figli. E’ stato fatto tanto altro. Un mese fa c’è stato lo sgombero della casa di Rosario Lo Bue, reggente del mandamento di Corleone. Sono tutti segnali molto importanti che danno maggiore credibilità allo Stato e all’azione di contrasto nei confronti di Cosa nostra”. “La figura di un capo finisce solo con la sua morte – conclude -. Riina ha ancora un ruolo carismatico e di grande attenzione da parte di tutti. Rimane unico e fondamentale punto di riferimento”.

Riina: “Non mi pento”

Io non mi pento…a me non mi piegheranno” e “Io non voglio chiedere niente a nessuno … mi posso fare anche 3000 anni no 30 anni”. Con queste parole Riina si è rivolto alla moglie, Antonietta Bagarella, in un colloquio video-registrato avvenuto lo scorso 27 febbraio. Le loro parole, “nel contesto di uno scambio di frasi su istanze da proporre”, scrivono i giudici, sono nell’ordinanza con cui la Sorveglianza ha rigettato l’istanza del boss di Cosa Nostra. Per i giudici è “degno di nota” il fatto che Riina asserisca che “non si piegherà e non si pentirà mai”. E “altrettanto significativo” è un passaggio durante il quale i coniugi “giungono ad affermare che i collaboratori di giustizia vengono pagati per dire il falso”.

Fonte: Interris