Rivoluzione e controrivoluzione dal 1789 ai giorni nostri

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  • di Alessandro Guardamagna

L’articolo prende in considerazione alcune spinte populiste presenti nella rivoluzione Francese e Russa, e dimostra come il processo controrivoluzionario di tali esperienze sia stato causato in larga misura da due uomini che hanno finito per concentrare il potere nelle proprie mani, sopprimendo le aspirazioni ed i bisogni reali del popolo: Napoleone Bonaparte e Joseph Stalin. Inoltre l’articolo analizza brevemente l’impulso populista del M5S e gli aspetti rivoluzionari e controrivoluzionari che sono emersi dal 2009 nella sua partecipazione alla vita politica Italiana.

In primis una premessa: possiamo parlare politicamente di populismo in modo corretto solo a partire dal 1860, quando in Russia gruppi di intellettuali cominciarono ad opporsi al regime degli Zar e all’industrializzazione che, temevano, avrebbe snaturato completamente la società. Quindi il populismo nasce inizialmente come aspirazione ad una sorta di socialismo rurale, in opposizione alla burocrazia zarista e all’industrializzazione proveniente dall’Europa occidentale. Solo successivamente diventerà un termine con cui si indica qualsiasi movimento politico diretto all’esaltazione demagogica delle capacità e dei bisogni delle classi popolari.

Detto ciò elementi riconducibili al populismo sono apparsi nelle rivoluzioni della storia anche prima del 1860.

La Rivoluzione Francese catapulta per la prima volta in epoca moderna un popolo come motore della storia e protagonista della vita politica su scala nazionale – almeno in Europa perché in America questo era già avvenuto alcuni anni prima con la rivoluzione del 1776. Potere al popolo vuol dire rinnegare le forme autoritarie dell’ Ancien Régime, e cancellare tutto quanto sa di nobiltà e di clero. Il popolo francese invoca nuovi modelli rappresentativi, paradigmi, che non si sono ancora materializzati prima dell’estate del 1789. In principio li trova nell’assemblea nazionale, nelle azioni dei Giacobini, poi nel direttorio che con Robespierre darà origine al Terrore, ed infine in Napoleone, in origine ufficiale fedelissimo all’idea rivoluzionaria. Ecco che Napoleone diventerà simbolo della Rivoluzione. Due anni dopo la presa di Tolone nel 1793, sarà scelto da Barras in qualità di comandante della piazza di Parigi e gli è affidato l’incarico di proteggere la Convenzione Nazionale.

Il Giovane Bonaparte

Sarà in quell’occasione che non esita ad usare il cannone contro il popolo, nel quale vi erano anche dei monarchici. Divenuto comandante di corpo d’armata sempre per volontà di Barras, sarà proprio Napoleone a portare i valori della Francia rivoluzionaria prima in Italia nel 1796, e poi in tutta Europa.

E’ sempre Napoleone a stendere il codice Napoleonico, e a dichiarare che ogni fante dell’esercito francese ha nello zaino il bastone da maresciallo – e numerosi dei suoi marescialli come Massena (contrabbandiere), Lannes (di famiglia contadina e colorante di tessuti), Murat (figlio di albergatori ed ex-seminarista) vengono effettivamente dalla gavetta – ma è anche lui che finisce per liquidare senza mezzi termini l’eredità rivoluzionaria. Con Napoleone infatti il potere finirà per concentrarsi nelle mani di un solo uomo che non è semplicemente re. In altre parole il generale Bonaparte, scelto dal direttorio nel 1796, diventa primo console e si autoproclamerà poi Imperatore dei Francesi, ed in molti casi non esita a comportarsi da vero e proprio tiranno, negando l’essenza dello spirito rivoluzionario.

Un momento della campagna d’Italia con Napoleone, ora Generale d’Armata, che attraversa le Alpi, nel 1796.

Il colpo di stato del 18 Brumaio (9 Novembre)

1799 che apre a Napoleone la strada al consolato

Famose rimarranno le parole con cui arringa i sovrani alleati prima della campagna di Russia del 1812 in cui, ricordando re Luigi XVI, decapitato dai rivoluzionari nel 1793, ne parla come del “Mio povero zio”. Tecnicamente ha ragione, perché Napoleone aveva sposato Maria Luisa d’Asburgo-Lorena, nipote della defunta regina di Francia Maria Antonietta e del marito Luigi XVI, ma l’affermazione è a dir poco grottesca considerando il vissuto dell’uomo che la pronuncia.

Lo stesso Alexis de Tocqueville dirà che le fondamenta del regime Napoleonico – vale a dire il codice civile e la tolleranza religiosa – nascondono in realtà uno stato fortemente autoritario.

Napoleone Imperatore dei Francesi, 1804

Abbiamo quindi un’esperienza politica dove i bisogni del popolo esaltati dall’azione rivoluzionaria finiscono per essere relegati in secondo piano e poi negati dall’azione controrivoluzionaria – seppur formalmente rispettosa dei principi della rivoluzione del 1789 che aveva abolito il feudalesimo – portata avanti dall’uomo del popolo, che infine si impone come un autocrate.

La Rivoluzione Russa del 1917 conosce fasi analoghe e sicuramente più drammatiche nell’affermazione della controrivoluzione.

La Russia del 1917 è retta dal sistema Zarista, autocratico, chiuso nella difesa dei privilegi di un’elite che è sempre più staccata dai problemi reali di un popolo stremato da 3 anni di un conflitto – la Prima Guerra Mondiale – che ha causato 6 milioni tra morti, feriti e prigionieri e ridotto la nazione alla fame.

La prima fase della Rivoluzione Russa nel Marzo del 1917 porta alla formazione di un governo provvisorio che induce Nicola II ad abdicare. Con lo zar e la sua famiglia posti in arresto prendono forma due poteri: quello del governo provvisorio, e quello dei Soviet, formati da delegati eletti dal popolo, compresi i bolscevichi. Il leader bolscevico Lenin, tornato dall’esilio, sostiene la necessità di trasformare la rivoluzione borghese di Marzo in Rivoluzione Proletaria, guidata dai Soviet e che mira alla creazione di una società comunista.

Nell’Ottobre del ‘17 i bolscevichi occuparono i punti chiave della capitale dando vita alla Rivoluzione d’Ottobre.

Si formano i tribunali del popolo, e si ha una diffusa ridistribuzione della terra fra le masse popolari, quindi vediamo che anche in Russia il popolo in qualche misura partecipa inizialmente alla gestione del potere e ne trae benefici diretti.

All’inizio della Rivoluzione Stalin era un fedele funzionario bolscevico. Egli continuerà ad avanzare nella scala gerarchica e nel 1922 diventerà segretario generale del comitato centrale del Partito Comunista, ruolo che gli permise di scegliere i suoi alleati per incarichi di governo e crearsi una base personale di supporto politico.

Dopo la morte di Lenin nel 1922 Stalin riuscì ad avere ragione dei suoi antagonisti e divenne de facto dittatore dell’Unione Sovietica lanciando di lì a poco una serie di iniziative tese a trasformare la nazione da stato ancora prevalentemente agricolo a superpotenza industriale.

Uno di tali piani prevede il controllo dell’economia da parte del governo centrale ed impone la collettivizzazione dei terreni agricoli. La scelta implica che il governo prende il controllo delle fattorie e terreni, privando il popolo di quelle risorse che prima deteneva in proprietà. Alcune centinaia di migliaia di contadini e piccoli proprietari terrieri si oppongono all’iniziativa e per ordine di Stalin sono imprigionati e condannati a morte.

La forzata collettivizzazione e mancata redistribuzione del prodotto agricolo causa carestie che si abbattono ciclicamente negli anni ’30 sull’Unione sovietica portando milioni di persone alla morte per denutrizione.

Nelle campagne l’accatastamento di cadaveri diventa pratica comune, in modo simile a quanto avverrà più tardi nei campi di concentramento nazisti. Consapevolmente quindi si sceglie di affamare e decimare il popolo nel cui nome la Rivoluzione era stata combattuta.

Germania, Marzo 1945

Stalin governa col terrore e con una morsa totalitaria eliminando chiunque gli si oppone, spesso con risultati poi nefasti per la nazione – ad esempio l’eliminazione sistematica degli alti quadri militari negli anni ’30 fa sì che, all’indomani dell’invasione tedesca dell’Unione Sovietica nella Seconda Guerra Mondiale, l’esercito sovietico si trovi completamente impreparato per carenza di mezzi moderni e di una leadership adeguata a fronteggiare il nemico e l’intera Russia ne paga il prezzo arrivando sull’orlo della sconfitta, con quelle che potevano essere conseguenze catastrofiche. Incrementa i poteri della polizia segreta, emana provvedimenti che invitano i cittadini a spiare il prossimo – il popolo contro il popolo – per conto dello stato e causa la morte di milioni di persone, o per esecuzione diretta od inviandole nei gulag.

Inoltre costruisce un culto della personalità non inferiore a quello imperiale di Napoleone. In tutta l’Unione Sovietica città sono rinominate in suo onore e perfino i libri di storia riscritti, il tutto per conferire al “compagno Stalin” un ruolo preminente nella rivoluzione e rendere mitologici alcuni aspetti della sua vita. Diventa oggetto di celebrazione nel campo musicale e letterario ed il suo nome è incluso nell’inno nazionale sovietico.

Stalin Padre della Patria

Stalin ed i suoi crimini sono stati sistematicamente utilizzati per gettare discredito sulla rivoluzione socialista. A dire il vero Stalin rappresenta non la rivoluzione, ma la sconfitta della rivoluzione medesima. Egli è assassino di massa ed assassino della rivoluzione. All’interno del comitato centrale bolscevico Stalin tende a schierarsi con chiunque abbia la maggioranza, indipendentemente da chi sia, e non si può certo dire che facendo il suo dovere di funzionario brilli per doti particolari. Ad esempio da Marzo ad Ottobre 1917 nel pieno del fervore rivoluzionario parla in pubblico solo tre volte. Lo stesso Lenin poco prima di morire nel 1922 ammonisce che Stalin, divenuto segretario generale, ha concentrato un enorme potete nelle sue mani e Lenin non si sente sicuro che ne farà un uso corretto. Trotsky, che Stalin farà uccidere da sicari a Città del Messico, descrive il modo in cui alcune frange dei bolscevichi rappresentano il motore della rivoluzione, alcuni gli interessi dei lavoratori, altri il ritorno a forme di moderato capitalismo. Stalin rappresenta la crescita della burocrazia e poi esclusivamente il proprio interesse personale.

Emblematica rimane la sua ipocrisia canaglia con cui afferma che in Russia “al popolo non è riconosciuto il diritto di sciopero perché il popolo è già al potere, per cui non ha alcun bisogno di scioperare”.

Il M5S tra Populismo e Controrivoluzione?

Il Populismo, inteso come spinta delle istanze del popolo che, ignorate dalla politica, devono trovare una loro realizzazione nell’attività del popolo stesso verso l’affermazione di sé, si ritrova anche nel M5S. Pensiamo alla volontà di diffondere la democrazia partecipata come base di discussione, al proposito di dare reddito di cittadinanza e contributi pensionistici adeguati a tutti, alla sovranità monetaria che l’Italia dovrebbe riprendersi, al popolo che deve essere il primo a decidere se restare a far parte della Zona Euro oppure no.

Le votazioni online per la scelta dei propri rappresentanti hanno rappresentato – e sono tuttora – qualcosa di rivoluzionario nel panorama politico Italiano, specialmente quando si osserva che per le altre forze politiche pochi segretari di partito decidono i nominati. Allo stesso tempo è innegabile che tale sistema di scelta ha portato all’elezione di molti che del M5S e della rivoluzione conoscono solo gli slogan: 37 – su un totale di 163 – sono quelli tra espulsi e fuoriusciti loro sponte fra gli eletti in parlamento dal 2013 ad oggi. Non poco se si considera inoltre, a titolo di esempio, che alcuni di coloro che negli anni non hanno risparmiato critiche gratuite al M5S, e che parteciparono alla “pizza-rotta”, la versione locale della Leopolda che si tenne a Parma il 7 Dicembre 2014, siedono tuttora, silenziosi, in Parlamento fra le fila del M5S. Si tratta di esempi se non di controrivoluzione di Contro-Movimento o Anti-Movimento, che svuotano la carica di cambiamento autentico che il M5S esprime e ne minano la credibilità. Purtroppo sono esempi destinati a ripetersi ad infinitum se non saranno stese regole chiare per risolvere il problema.

Se si può trarre una lezione dall’esperienza delle rivoluzioni in Francia ed in Russia, è che la concentrazione del potere nelle mani di una sola persona, combinata con la mancanza di controllo e volontà di imporlo – quindi mancanza di regole – portano alla MORTE DELLA RIVOLUZIONE.

Vi è naturalmente una differenza sostanziale fra la rivoluzione del M5S, e quella Francese e Russa. Oltre all’ovvio contesto fatto di esecuzioni spesso sommarie e stragi, comuni nelle ultime due ed estraneo al M5S, nella rivoluzione del 1789 e in quella del 1917 i rivoluzionari sono effettivamente andati al potere prendendoselo de facto, mentre i rappresentati de M5S hanno accettato le regole del sistema politico definite da altre forze e sono finora inseriti in un contesto con altri partiti, con cui si confrontano. Grillo e Casaleggio ribadendo a 360° che il popolo sovrano viene privato dei suoi fondamentali diritti da una casta di politici-affaristi-massoni che divorano l’Italia e ne distruggono il tessuto sociale occupandone le istituzioni, hanno aperto la strada ad una consapevolezza diffusa che ha sostenuto da 8 anni il M5S e lo ha fatto crescere. L’offerta politica del M5S finisce con l’incontrare istanze pressanti dei cittadini lasciate irrisolte dagli altri partiti, istanze che richiedono dalla politica un cambiamento rivoluzionario nel sistema di rappresentanza e credibili forme di partecipazione alla gestione della cosa pubblica.

Quanto dell’autentico Giacobinismo o dello spirito della Rivoluzione d’Ottobre o – auguriamoci di no – di controrivoluzionario vi sia nell’attuale M5S deve ancora essere dimostrato.

Fonte: ComeDonChisciotte