Sei abbastanza intelligente per risolvere gli indovinelli di Leone XIII?

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Pochi lo sanno ma il Papa della «Rerum Novarum» pubblicò delle sciarade in italiano e latino

«Proviamo a immaginare oggi un quotidiano o una rivista che pubblichi nella sua pagina dei giochi le parole crociate o il sudoku di Papa Francesco. Questo è ciò che accadde sul finire del secolo XIX, quando, a Roma la rivista «Vox Urbis», interamente scritta in latino, pubblicò in ultima pagina le sciarade composte dall’allora pontefice» scrivono Paola Volpe, Simona Vendemiati e Stefano Gelsomini, presentando, con legittimo orgoglio, la riscoperta e la pubblicazione di ventisei sciarade composte dal Papa della Rerum Novarum (Aenigmata, le sciarade di Papa Leone XIII, Carpineto Romano, 2014, pagine 56) curata insieme ai loro allievi, gli studenti della scuola media della loro città intitolata a Papa Pecci.

Le parole crociate dovevano ancora nascere, e la sciarada in quegli anni era uno dei giochi enigmistici più alla moda. La testimonianza più antica di questo gioco di parole costituito da un testo scritto che consente di unire due o più parole per formarne un’altra (come ad esempio tram+busto = trambusto) risale a Plutarco, che racconta di come Alessandro il Grande durante l’assedio di Tiro avesse sognato di inseguire e catturare un satiro; l’indovino Aristandro, quando Alessandro gli raccontò il sogno, interpretò la parola sàturos come sa Tùros, ovvero “Tiro è tua”. Svariati secoli dopo, nei primi anni dell’Ottocento, le sciarade ebbero grande successo, soprattutto in Francia e Inghilterra, come passatempo da salotto.

Ma torniamo ai versi di Gioacchino Pecci, morto il 20 luglio di centoundici anni fa. «Otto di questi componimenti — spiega il sindaco di Carpineto, Matteo Battistini nella prefazione al libro — vennero pubblicati anonimi o con lo pseudonimo “x” su “Vox Urbis”, che si dice lo stesso pontefice sostenesse economicamente. Il punto interessante è la storia della loro attribuzione». Il primo scoop risale all’ultimo scorcio del XIX secolo. Fu il corrispondente da Roma del quotidiano «Le Figaro», Felix Ziegler, a dare per primo la notizia, il 9 gennaio del 1899: dietro mister x si nascondeva la penna del Papa. Grazie al suo illustre collaboratore, in molte scuole americane «Vox Urbis» fu usata per diffondere il latino fra gli studenti.

Appassionato cacciatore di sillabe ancora più che di volatili — più che di arte venatoria, nel suo caso si può parlare di bird watching ravvicinato: aveva allestito trappole e reti con gli appositi richiami nei giardini vaticani, ma passeri e merli, una volta catturati, venivano subito rimessi in libertà — Leone XIII fu l’ultimo dei Papi ad essere socio dell’Arcadia, con il nome di Neandro Ecateo; il suo talento nello scrivere versi in latino fu riconosciuto anche da poeti come Pascoli e Carducci.

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La sciarada è uno schema che consiste nell’unire due o più parole per formarne un’altra. È dunque sintetizzabile nella formula X + Y = XY (es.: tram + busto = trambusto).

La sciarada veniva praticata, in origine, con il tipico svolgimento a parti convenzionali dato dall’uso delle parole primosecondointero e simili; per lo più, in omaggio alla forma antica dell’indovinello, con l’uso della prima persona. Assumendo una combinazione di sciarada come ciocco + latino = cioccolatino, un tipico esempio rispondente a questa tecnica potrebbe essere il seguente.

Il mio primo riman segando il fusto,
col mio secondo discuteva Augusto,
il mio intero si scarta e ha un dolce gusto.

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Di seguito alcune sciarade del Papa pubblicate originariamente sulla rivista «Vox Urbis» (le soluzioni sono nell’ultima pagina)

Iosepho Lovatellio

Primum, mi Lovatelle, cum bibissem,
Phthisi convalui ocius fugata.

Cymbam, quae liquidis natabat undis,
Alterum maris in profunda mersit.

Quid totum, tibi nosse dant ocelli
Turgentes, faciesque luctuosa,
Et quae nescia comprimi aut domari
Heu matre exanimi, intimas medullas

Angit, excruciatque vis doloris.

Di barbaro oppressor fatto ludibrio
Lasciar l’amato nido
Di Grecia un dì le prime, abbiette e povere
Errar di lido in lido:
Ma viste poi della ridente Ausonia
Le spiaggie ed il bel seno,
Sull’ospital terreno
Si ricovraro alfin.

Ebber qui vanto, e qui belle rifulsero
Dello splendor primiero.
A noi l’antica gloria
Invan s’attenta l’invido straniero
Rapir; tu pure, O Silvia,
Di’, se il presume indarno
Or che d’Italia in sulle rive d’Arno
Passeggi il bel giardin.

Tenne l’altro qual re del Lazio il seggio
Nella remota etade,
Poi fu signor dell’Umbria, e poi d’Etruria
Dominò le contrade:
E se fola non è, se fosca istoria
Al ver non contradice,
Fu lieto, fu felice
Il lungo suo regnar.

3.O delle donne italiche,
Silvia, decoro e vanto,
Crui crebbe fama e gloria
D’un anglo vate il canto,
Un fiorellin poetico
Oso offerirti anch’io,
Colto pur mo’ sul rio
Che irrora il mio giardin.

Ove del bosco Idalio,
Più folte sono le piante
Va sulle sciolte redini
Di corridor spumante
Col mio primier; le indomite
Fere affatica al corso
Colla faretra al dorso
Come Diana un dì.

Al tuo cantore diè in copia
L’altro di Delo il nume,
E il fe’ volar del genio
Sulle robuste piume;
S’io pur l’avessi, a l’etera
Farei con suon concorde
Sulle toscane corde
Un inno risonar.

Di giunchi intreccio e vimini
E’ il mio totale, umile
Opra di man feminea;
Pur non averlo a vile,
Di vaghi fior che olezzano
Ve’ colmo ha l’ampio seno
Di poma l’ho ripieno,
L’accetta, o Silvia, in don.

4. Ve’ gli astri omai rilucere
Sulla celeste volta
Ve’ il mar, la terra avvolta
In tenebroso orror.

Sorga il primiero, e il fulgido
Suo raggio il monte indori,
Sorga, e l’erbette e i fiori
Pinga di bei color.

Vago augellin, che roseo
E bigio spiega il manto,
E’l’altro, inetto al canto,
Sol uso a pigolar.

A rischiarar le tenebre
Prendi il totale a sera,
N’accendi la lumiera
Già il sol tuffossi in mar.

Parafrasi italiana

1.Scarno era il volto, era affannoso e fioco
il respiro, e un venen ento e sottile
Il mio frale struggeva a poco a poco.
Bevvi il primier, o Lovatel gentile:
Tosto nell’arse membra inaridita
Tornò più bella a rifiorir la vita.
Del mar nel seno ondoso agile e snello
Dei remiganti fra il giulivo grido
Veleggiando sen giva il mio brchiello,
E già toccava il sospirato lido:
Quand’ecco, ahi dura sorte! Il mio secondo
Del mar lo fea calar nell’imo fondo.

Ben, il total qual sia, veggo in te stesso:
Da che perdesti l’adorata madre
Lo veggo sul tuo ciglio ognorta espresso
Nel volto, nelle gote umide ed adre;
E in quel che sì ti crucia e mente e core
Acerbo, inconsolabile dolore
(SOLUZIONE: LAC-RIMA)

2. SOLUZIONE: ARTI-GIANO

3. SOLUZIONE: CAN-ESTRO

4. SOLUZIONE: SOL-FANELLO

Fonte: Aleteia