Serie TV subprime

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  • di Alessandro Fiesoli

L’ingordigia made in U.S.A è già pronta per l’ennesimo rigetto bulimico, dunque dilazionate ammodo la riserva di puntate accumulate nel tempo, cari obesi della serialità. Potrebbe infatti aspettarvi una dieta salvifica figlia di un collasso sistemico dell’audiovisivo

Nessuna Cassandra vociante, non è questo il caso in cui poter millantare scenari apocalittici più o meno fondati. In primo luogo perché, qualora dovesse avverarsi quanto si sta per ipotizzare, le conseguenze sarebbero più benefiche che nefaste; in seconda battuta per l’amara constatazione di come ormai, a certe pratiche della sovrabbondanza fondata sull’aria fritta, dovremmo tutti essere piuttosto avvezzi. Nulla di nuovo quindi, se non per il campo disciplinare che il rigetto bulimico di un sistema tipicamente statunitense sta per imbrattare: se infatti quello della finanza è stato quasi ripulito (il loro, quello degli altri un po’ meno), è ora il turno dell’industria dell’audiovisivo seriale, e come d’abitudine le conseguenze sarebbero pagate a tutte le latitudini, non sia mai che lo zio Sam frughi solamente nelle proprie tasche.

Tentiamo allora di navigare a vista nella complessa lavorazione di una serie, alla ricerca di quel castello senza fondamenta già evocato. Sembrerà scontato, ma è bene precisare che le piattaforme streaming o i canali televisivi producano ben poco in casa propria, e che la dicitura un prodotto originale non significhi affatto che le aziende in questione abbiano messo su un apparato produttivo per i propri contenuti.

Accade piuttosto che si paghino spesso studi esterni per avere l’esclusiva sulla serie e poterla trasmettere sulla propria piattaforma. A questa considerazione di base aggiungiamo che la strategia vincente per chi produce intrattenimento sia oggi quella della produzione a scaffale, ossia il tentativo di privilegiare il più possibile l’allargamento dei titoli nel catalogo, piuttosto che lo sfruttamento di quei pochi ma buoni che si hanno a disposizione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: stagioni di dieci puntate anziché di venti e passa, archi temporali più brevi in modo che lo spettatore si metta al più presto alla ricerca di una nuova serie e naturale necessità di realizzarne in numero maggiore, ossia sufficiente per rispondere alla domanda in crescita, anche figlia della pratica del binge watching. Il confronto tra gli odierni colossi della serialità e Blockbuster chiarisce l’efficacia del meccanismo descritto più di ogni tecnicismo. Blockbuster vantava invero una massiccia disponibilità di titoli forti, blockbuster appunto, ma le varie nicchie non venivano particolarmente soddisfatte dalla sua offerta. Al contrario i vari servizi televisivi o via internet fanno dell’ampiezza di catalogo la propria forza, e non sarà un caso che la prima abbia chiuso bottega da tempo e la altre stiano dominando nel proprio settore.

House of cards è una produzione Netflix, in Italia trasmessa su Sky Atlantic. È uno dei primi grandi successi della nuova ondata seriale, tanto che la scaltrezza politica del suo protagonista è diventata oggi proverbiale.

House of cards è una produzione Netflix, in Italia trasmessa su Sky Atlantic. È uno dei primi grandi successi della nuova ondata seriale, tanto che la scaltrezza politica del suo protagonista è diventata oggi proverbiale.

Da congegno perfetto a meccanismo ingolfato il passo è però assai breve: come detto, accade di frequente che la serie non venga commissionata da un broadcaster, così lo studio la produce e la immette nel mercato in attesa che qualcuno se ne aggiudichi l’esclusiva, secondo lo stesso meccanismo che distingue il lavoro dell’artista figurativo medievale e rinascimentale da quello contemporaneo, che non lavora più su commissione ma realizza un prodotto e poi si cerca gli eventuali acquirenti. Fin qui tutto potrebbe proseguire a gonfie vele, poiché con gli studi che lavorano su un numero maggiore di serie perché la richiesta è in aumento, il guadagno si fa più consistente e si ha la possibilità di investire su altre produzioni, in un circolo virtuoso potenzialmente interminabile. Il problema risiede però nella moderna natura dell’intrattenimento seriale.

Mettiamo che lo studio venda l’esclusiva del proprio serial a un canale o una piattaforma. Terminata la messa in onda la proprietà rimane dello studio di produzione, che un tempo guadagnava sul sistema di repliche (su cui si fonda la televisione americana per mezzo delle cosiddette syndication), ma oggi che, proprio a causa dell’abbondanza dell’offerta, lo spettatore ha a disposizione un numero sconfinato di romanzi audiovisivi di cui non ha fruito, non si accontenta più del ritorno del già visto. In un tale scenario gli studi non riescono a rientrare dei costi di produzione, dal momento che i diritti sulle repliche garantivano la sopravvivenza molto più della semplice esclusiva, ed ecco per una boccata d’ossigeno questi hanno l’obbligo di produrne altre e altre ancora, mettendo la testa fuori dall’acqua quando qualcuno paga per l’esclusiva e affogando quando nessuno vuole le repliche. Aggiungiamo poi la questione della simultaneità globale e la frittata è fatta: un tempo il produttore rientrava delle spese vendendo i diritti della propria serie nei mercati esteri, ma oggi tutto è disponibile subito ed ovunque, di conseguenza il serial venduto negli Stati Uniti vale anche per il resto del mercato globale, limitando le entrate di chi lo realizza. Paradossalmente pare quindi che il meccanismo che per il momento mantiene la muraglia sia quello di produrre sempre di più e sempre in minor tempo, col rischio che i colossi dell’intrattenimento rimangano privi di fornitori. Inutile sottolineare come uno dei primi elementi a risentire di tale sovrapproduzione sia la qualità.

Eppure, a giudicare sia dalle recensioni approfondite che dalle valutazioni degli aggregatori on-line, si ha la strana impressione che tutta questa mole di materiale raffazzonato sia perfetta. Tutto è un capolavoro, tutte sono serie che “rielaborano”, “scavano”, “indagano”, “rivoluzionano”. Un trionfo su tutti i fronti, dunque, che immerge lo spettatore nel discorso sociale già segnato da commenti entusiastici che hanno la capacità di influenzarlo prima ancora della visione. Per carità, prodotti meritevoli ce ne sono eccome, ed è il minimo risultato di un sistema fordista che tra tutto ciò che sforna vede crescere anche diversi talenti dietro e davanti la macchina da presa. Si dirà che noi italiani dovremmo saperne qualcosa, dati i fertili filoni che ci hanno visti protagonisti a livello internazionale: lo spaghetti western o il poliziottesco hanno lasciato moltissime pellicole di seconda mano, altre mediocri, qualcuna buona e pochi gioielli, che però hanno fatto la storia del cinema italiano e mondiale. Ma da qui a rendere tutto indistinguibilmente eccelso, come sembra accadere per la serialità, ce ne corrono, ed è qui che la critica twittarola diventa caricaturale, vedendo capolavori ovunque e sghignazzando di chi si permetta di rifiutarne i giudizi appassionati. Certo, la medesima macchina è stata messa in moto sin dalla notte dei tempi anche per il cinema, ma con la non secondaria differenza che, al netto di alcune eccezioni, la più parte dei lungometraggi non mette affatto tutti d’accordo, anzi.

Si prendano casualmente due uscite recenti realizzate da cineasti di alto livello come Mother (di Darren Aronofsky, altalenante ma indubbiamente talentuoso) e Nemesi (di Walter Hill, mostro sacro del cinema d’azione) – distrutti dalla critica ma almeno capaci di scuotere un linguaggio cinematografico ridotto a imitazione della Tv – e si avrà il perfetto esempio di quanto detto. Ecco che un’ipotesi di collasso della serialità verrebbe quasi da ritenere provocatoriamente auspicabile, in quanto colpevole di aver appiattito definitivamente l’audiovisivo a macchina narrativa, a fotoromanzo in movimento fondato esclusivamente sul racconto, sulla fame di storie del pubblico. Non a caso Luca Malavasi – citando Floch in Nuove forme della cultura cinematografica di Roy Menarini – ci chiama trangugiatori, ossia consumatori “indifferenti ai valori qualitativi, fondati sull’immediata sazietà e sulla soddisfazione pratica di un bisogno”. Che il collasso qui paventato possa rimetterci a stecchetto e abituarci ad una dieta finalmente equilibrata? È possibile, ma anche qualora dovesse accadere non certo tutte le case di produzione sarebbero costrette a cessare la loro attività. È facile pensare allora che il numero di serial si manterrebbe pressoché identico, diminuirebbero solo i fornitori, e non è quindi detto che la qualità ne risenta, ma fare previsioni sulle conseguenze di un mercato contratto si presenta come esercizio particolarmente difficile.

Come prevedibile, il trangugiatore – giovane tra i 14 e i 32 anni – domina la classifica del binge watching. Il risultato è una scorpacciata che può mettere in secondo piano il gusto per la qualità.

Come prevedibile, il trangugiatore – giovane tra i 14 e i 32 anni – domina la classifica del binge watching. Il risultato è una scorpacciata che può mettere in secondo piano il gusto per la qualità.

Molti ritengono che il miglior sistema di produzione sia quello descritto, e che nonostante il rischio di fallimento riesca comunque a tenere alto il livello dei contenuti proprio a causa della necessità di dover essere costantemente un passo avanti agli altri, favorendo così l’originalità delle serie Tv; ma questa litania dell’unico sistema possibile ci suona ahi noi piuttosto familiare. Chi sostiene tale modello vi contrappone poi quello basato esclusivamente sulla produzione interna o sui lavori commissionati, portando come esempio le fiction Rai e Mediaset, che non subendo il cosiddetto “rischio d’impresa” non hanno alcun interesse nella sperimentazione. Il paragone è però irricevibile fin dai presupposti, in quanto messi a confronto due sport completamente differenti, tant’è che quando Sky (che invece rappresenta un valido termine di paragone) commissiona Gomorra i buoni risultati sono evidenti. Al trangugiatore consigliamo allora di conservarsi con parsimonia le ultime battute del Trono di spade di turno, che di questo passo finiranno per contenere tre puntate a stagione, ancor più zeppe di interni e con trame da soap opera. Con i suoi ritmi insaziabili sarebbe costretto a leccarsi i baffi già dopo il primo morso, la fame resterebbe ma a quel punto potrebbero scarseggiare le provviste.

Fonte: L’INTELLETTUALE DISSIDENTE