Soros profetizza nuova crisi finanziaria: “Epicentro sarà in Europa”

0
crisi finanziaria

Soros prevede una crisi finanziaria: “il suo epicentro sarà in Europa”

Il decimo anniversario dello scoppio della grande crisi finanziaria del 2008, da cui l’economia globale si è ripresa in maniera molto disomogenea, ha portato con sé numerosi segnali del fatto che le contraddizioni di fondo e le problematiche che hanno causato la tempesta in passato potrebbero essere alla base di una nuova crisi nei mesi a venire.

Se ne è accorto anche un navigato esperto delle applicazioni, anche più estreme e deplorevoli, dei mercati finanziari come George Soros, secondo il quale, riporta Finanza.com, “il balzo del dollaro e la fuga di capitali dai mercati emergenti potrebbero scatenare una nuova crisi finanziaria globale”, che potrebbe avere il suo epicentro nell’Unione europea.

Soros ha sostanzialmente individuato le due principali determinanti che potrebbero contribuire alla deflagrazione della crisi finanziaria: sui mercati regna incertezza e la “tempesta perfetta“, se la congiuntura non si assesterà, potrebbe scatenarsi sull’economia globale.

Dopo aver conosciuto una flessione nel 2017 in seguito alle polemiche sulle questioni valutarie tra l’amministrazione Trump e Paesi come Cina e Germania, il valore del dollaro è tornato a crescere in maniera decisa nel 2018.

Le tensioni commerciali tra Washington e Pechino, il progressivo rallentamento della crescita economica mondiale, le problematiche geopolitiche e le ambizioni statunitensi hanno rafforzato la valuta simbolo per eccellenza della stabilità, garantita da una primazia a stelle e strisce che, seppur in declino relativo, è ancora ben al di là dal tramontare.

Il rialzo del dollaro destabilizza i mercati emergenti

Il dollaro si è apprezzato divenendo una sorta di “bene rifugio”, ma ciò non è stato esente da conseguenze.

Come segnalato dal Guardiannegli ultimi tempi la congiunzione tra “una riduzione nella volatilità nei mercati, i bassi livelli dei tassi d’interesse e la debolezza del dollaro” avevano attivato un crescente flusso di capitali verso numerose economie emergenti, sotto forma di investimenti, crediti bancari o spese da parte di visitatori e turisti.

Debiti e crediti denominati in dollari si sono associati a bilanci statali basati su valute nazionali che con la valuta statunitense avevano regole di cambio incerte.

Nel momento in cui il dollaro si è apprezzato, ciò ha causato un riflusso di capitali che ha avuto le sue conseguenze più dure in Argentina, dove le riforme liberiste di Maurico Macri hanno fallito su tutta la linea e in  Turchia, in occasione dell’aumento delle tensioni tra Ankara e Washington e Iran, colpito da un durissimo tracollo monetario dopo il rinfocolamento della rivalità con gli Stati Uniti.

L’Europa epicentro della crisi finanziaria?

Il problema principale per le economie europee, in questo contesto, è il fatto che numerosi istituti creditizi continentali hanno, in passato, erogato prestiti facili nei Paesi emergenti (come dimostrato dall’alta esposizione della Turchia) e che le condizioni di economia aperta in cui l’Eurozona si trova la esponga maggiormente alle turbolenze internazionali.

La fine dell’espansione monetaria decretata dalla Bce attraverso il quantitative easing nel 2019, in questo contesto, aggiunge elementi di incertezza: se la fuga di capitali dai mercati emergenti dovesse continuare, gli investitori europei potrebbero segnalare la volontà di un cambio di politica monetaria al successore di Mario Draghi a Francoforte attraverso manovre destinate a incrementare gli spread tra i diversi debiti pubblici.

Questa è una situazione in cui l’Italia ha tutto da perdere: non a caso a guadagnare sarebbero quei Paesi, come la Germania, che sarebbero considerati rifugi sicuri.

E, come del resto puntualizzava già nel 2015 l’associazione Asimmetrie, Berlino ha criticato il Qe in quanto, favorendo l’aumento dell’inflazione, ha portato a un’erosione del valore reale dei crediti dei suoi istituti col resto del continente ma, al contempo, ne ha beneficiato indirettamente grazie al volano garantito dalla svalutazione dell’euro alle sue esportazioni, e si è dimostrata la capitale europea più restia a espandere la capacità di intervento della Bce, riforma evocata da Paolo Savona poco prima del suo mancato approdo al Ministero dell’Economia.

In Italia gli apparati di potere percepiscono come precipua la minaccia di un possibile attacco speculativo contro il debito pubblico: la decisione della Lega di proporre nella legge di Stabilità i Cir, i Conti individuali di risparmio, strumenti che permetterebbero ai cittadini italiani un controllo su quote crescenti del debito, va nella giusta direzione per contrastare la speculazione ma rappresenta una goccia d’acqua in un mare di incertezza.

La spada di Damocle dei derivati: il caso Deutsche Bank

A definitiva riprova del fatto che la lezione del 2008 è stata imparata solo parzialmente vi è il fatto che la quantità di titoli tossici, derivati a rischio e asset non regolamentati controllati dai principali istituti finanziari è stimata agli stessi livelli, se non oltre, quelli circolanti prima del crollo di Lehmann Brothers.

Il caso del colosso tedesco Deutsche Bank è esemplificativo di una storia che ha avuto alunni poco disciplinati, al di là di qualsiasi discorso sull’esemplare senso del dovere teutonico: nel bilancio 2017, scrive Il Sussidiario, “il  valore nozionale (facciale, teorico insomma)” dei derivati detenuti da Deutsche Bank “arrivava alla follia di 48,3 trilioni di euro (5,4% sul 2016), che significherebbe 48mila miliardi, venti volte il debito pubblico italiano”.

La Fed ha messo in discussione la capacità gestionale di Deutsche Bank ponendo sotto osservazione la sua filiale statunitense: l’inerzia delle istituzioni comunitarie su un’instabilità tanto grande è impressionante se si pensa al fatto che i potenziali effetti di un collasso dell’istituto sarebbero enormemente superiori al rischio contagio legato alla recente vicenda del Monte dei Paschi di Siena.

Né certamente da oltre Atlantico arrivano notizie positive: la proposta dell’amministrazione Trump di un’ulteriore deregolamentazione finanziaria potrebbe portare gli Stati Uniti indietro di decenni in materia, rimettendo le pedine nella posizione precedente il big bang del 2008.

Una seconda crisi finanziaria nel momento in cui gli effetti della prima non sono ancora riassorbiti avrebbe effetti catastrofici sugli equilibri mondiali.

La responsabilità dei governi e delle istituzioni sovranazionali è prevenire che ciò accada evitando di ripetere ostinatamente gli errori commessi in passato.

L’articolo Soros prevede una crisi finanziaria: “Il suo epicentro sarà in Europa” proviene da Gli occhi della guerra – Tratto da: Stopeuro