Spotted: l’insulto anonimo diventa virale

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  • di Francesco Volpi

Sui social network l’ultima frontiera del Cyberbullismo a scuola 

La Sapienza di Roma, l’università di Pisa, la Bocconi di Milano, gli atenei di CataniaPadovaSiena e tanti altri ancora. E poi licei di mezza Italia, le comunità cittadine, persino aziende private e a partecipazione pubblica. Tutti alle prese con una vera e propria mania, quella per le pagine spotted (“avvistato”), che consentono la pubblicazione in anonimo di annunci, messaggi, inviti e tanto altro sui principali social network. Un’immensa bacheca virtuale riservata a quanti vivono e frequentano un determinato ambiente, di studio o di lavoro.

Le origini del fenomeno

Il fenomeno non è recente. Nel 2010 uno studente di informatica dell’University College of London creò un portale, FitFinder, riservato a quanti volessero attirare l’attenzione di ragazze “avvistate” durante le lezioni. Il sito venne chiuso pochi mesi dopo per violazione della privacy.

Ma il sasso era lanciato. In breve tempo negli Stati Uniti cominciarono a fioccare le prime pagine dedicate proprio a questa attività e tre anni dopo lo “spotter” approdò anche in Italia. La prima università a dotarsi di un gruppo a tema è stata La Sapienza di Roma (che oggi sulla sua page “spotted” conta circa 78 mila utenti), seguita a ruota dal Politecnico di Milano (51 mila). Oggi nel nostro Paese le pagine sono decine e convogliano migliaia di persone (le tre principali università pubbliche della capitale ne contano in totale circa 126 mila). Il disclaimer che le accompagna è eloquente: “Le pagine Spotted sono come bacheche per segnalare e rendere pubbliche delle dichiarazioni d’amore o dei colpi di fulmine, o per esprimere astio verso un vicino fastidioso o segnalare qualcosa di divertente”. Ma se l’intento sembra innocuo il risultato è senz’altro preoccupante.

Cyberbullismo

Sempre più spesso lo spotted è, infatti, utilizzato per insultare, minacciare, vessare e perseguitare, trasformandosi nell’ultima frontiera del cyberbullismo. Un forma particolarmente pericolosa e più difficile da arginare, considerata la condizione di anonimato di cui godono gli utenti. Nei giorni scorsi il quotidiano il Messaggero ha denunciato la deriva del fenomeno in alcuni licei capitolini. “Spotto quel cesso di A...” recita un messaggio, “M. è fidanzato segretamente con S.” si legge in un altro. E poi ancora “A. è fr… ma simpatico“, “G. pippa cocaina” e amenità varie. Le vittime sono spesso ragazzi indifesi, timidi, emarginati. Ma talvolta a finire nel mirino dei bulli sono i docenti. Difendersi dagli attacchi virtuali non è facile. In assenza di responsabilità certe il personale della scuola non sempre è in grado di adottare provvedimenti.

A ciò si aggiunge la paura di segnalare i possibili bulli per timore di rappresaglie. La polizia è in grado di risalire all’Ip dell’autore e quindi di identificarlo ma se non viene a conoscenza della persecuzione non può fare niente. Il tutto si riduce, pertanto, all’appello disperato rivolto dalle vittime ai gestori delle pagine e dei social network affinché rimuovano i post denigratori. Il timore è che la sofferenza silente di tanti giovani possa portare a nuovi episodi di suicidio. Basti pensare a quanto avvenuto con Ask.fm, diventato anch’esso una vera e propria gogna mediatica, tanto da spingere numerosi ragazzi a togliersi la vita.

Consapevolezza

Per questo presidi e rettori stanno progressivamente prendendo le distanze dallo spotted, denunciando alla Polizia postale possibili fattispecie delittuose, chiedendo la chiusura delle pagine e sanzionando i pochi responsabili individuati. Al di là delle misure tampone, tuttavia, il fenomeno si combatte insegnando ai giovani l’utilizzo responsabile del web e dei social network. Un mondo a parte in cui troppo spesso atti criminali vengono derubricati a “bravate”, ignorandone la reale portata offensiva.

Fonte: interris