Sradicati, dunque, integrati

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  • di Sebastiano Caputo

Una lettura sociologica dello stupratore di Rimini: Guerlin Butungu

In Italia è sempre più difficile parlare liberamente dello stupro di Rimini a causa della bipolarizzazione dell’informazione: se da una parta la stampa “progressiva” omette vergognosamente la notizia, quella più critica scivola nella confusione per eccesso di foga. Unirsi al linciaggio mediatico serve a poco, piuttosto risulta interessante inserire il profilo di Guerlin Butungu, 20 anni, nel quadro dell’intera vicenda. Chi scrive questo articolo non si indigna per convenienza, non crede alla favola della “criminalità importata dagli immigrati”, tantomeno all’inferiorità morale dei popoli africani e mediorientali, tuttavia la storia personale del richiedente di asilo congolese è troppo rivelatrice, nella sua dimensione sociologica, per essere ignorata.

Sbarcato a Lampedusa nel 2015, quasi maggiorenne, aveva ottenuto il permesso per motivi umanitari e si è ritrovato nella provincia di Pesaro-Urbino, probabilmente in una struttura di accoglienza. Non si misura una persona sui social network ma degli indizi possono aiutare a comprendere la percezione dell’Occidente di un giovane africano cresciuto in una società primitiva e tradizionale (nessun riferimento all’arretratezza del Congo, qui si sottintende il rapporto con la modernità) ritrovatosi ai margini della penisola italiana.

E’ proprio il suo profilo Facebook a svelarci il totale disorientamento di un ragazzo sradicato dai flussi migratori e gettato in un luogo anonimo, senza identità, probabilmente cullato da un sistema di assistenzialismo, quello delle cooperative, che gli permetteva di sopravvivere. Guerlin Butungu non faceva una “bella vita” come scrivono in molti. In realtà lo smartphone e i vestiti firmati nascondono solo una condizione insopportabile di precarietà professionale (lavoricchiava in un ristorante) ed economica (viveva assieme ad altre persone). Nessuno vorrebbe vivere così. E più si scorre la bacheca più il ventenne stupratore ostenta i caratteri della peggiore cultura occidentale. Scatta selfie in maniera compulsiva, esibisce il suo narcisismo, accanto a macchine di lusso (di cui non è proprietario), frequenta fast food e discoteche, veste americano, indossa cappelli da gangster, gesticola come un rapper e di tanto in tanto parla come un testimone di Geova. E rispetto a gentiluomini africani come Didier Droga e Mohammed Salah preferisce condividere interviste di un calciatore volgare come Mario Balotelli.

Guerlin Butungu, integrandosi alla cultura occidentale dei consumi, aveva smesso da tempo di essere un nero ed è diventato il peggiore dei bianchi. E quella notte tra il 25 e il 26 agosto, da sradicato quale era, ha abbandonato la “violenza ancestrale della tribù” scegliendo la delinquenza del ghetto, quella più vile e individualista. In quattro contro una donna, sotto effetto di droga e di alcool, per appagare dei desideri sessuali inculcati da chissà quale sito pornografico.

fonte: L’intellettuale dissidente