STRAGE DI BOLOGNA: E’ ORA DI SCOPRIRE LA VERITA’

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  • di Federico Cenci

C’è un orologio alla stazione di Bologna che è ancora fermo alle dieci e venticinque. È l’orario in cui il 2 agosto 1980, esattamente trentasette anni fa, un terribile ordigno esplose all’interno della struttura provocando ottantacinque morti e circa duecento feriti.

Il più grave atto terroristico avvenuto in Italia nel secondo dopoguerra è ancora coperto da una fitta coltre di mistero. Esiste una verità giudiziaria, che però non convince molti osservatori. Tra questi, il giudice oggi in pensione Rosario Priore, che ha spesso indagato sui misteri d’Italia, e l’avvocato romano Valerio Cutonilli, da anni impegnato a studiare tra le pieghe della strage di Bologna, autore nel 2007 di Strage all’Italiana (ed. Trecento). Un anno fa i due giuristi hanno scritto a quattro mani I segreti di Bologna (ed. Chiarelettere), che ha suscitato un ampio dibattito condito da accese polemiche.

Per conoscere la verità su Bologna, secondo i due autori del libro bisogna spostare le lancette di quell’orologio della stazione ancora più indietro delle dieci e venticinque del 2 agosto 1980.

La scintilla ideale della deflagrazione devastante andrebbe ricercata ad Ortona, in Abruzzo, dove nell’autunno 1979 ci fu un’operazione dei carabinieri contro un traffico di missili. Un’ipotesi suggestiva, che si incastra come un tassello nel complesso mosaico di fatti, segreti e misteri che ha caratterizzato una delle stagioni più intense e controverse della storia italiana. In Terris ha intervistato l’avvocato Cutonilli.

Avvocato, secondo l’ipotesi del vostro libro esisterebbe un filo rosso che lega Ortona a Bologna. Di cosa si tratta?
Il filo che lega Ortona a Bologna si chiama Abu Anzeh Saleh, esponente in Italia del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp), gruppo terroristico palestinese vicino all’Urss. Egli fu arrestato a Bologna dai carabinieri, i quali avevano scoperto il suo ruolo nel traffico di missili terra-area di provenienza sovietica neutralizzato ad Ortona nel dicembre 1979. La sua condanna un mese dopo sancì la violazione da parte dell’Italia del “lodo Moro”, un accordo che consentiva ai fedayn palestinesi di far transitare armi nel nostro Paese in cambio dell’impegno a non compiere attentati. Per questo nei mesi precedenti la strage di Bologna l’Fplp minacciò più volte una ritorsione contro l’Italia.

Lei come arrivò a studiare ed approfondire la “pista palestinese”?
È noto da sempre che i servizi segreti palestinesi organizzarono nel 1980 un depistaggio della inchiesta sulla strage, che era appena iniziata. Quando nel 2005 la commissione Mitrokhin rese pubbliche le minacce di attentato per la condanna di Saleh, compresi finalmente il senso del vecchio depistaggio.

Si tratta di una pista che è stata però archiviata dalla nuova indagine sulla strage chiusa nel 2015…
L’archiviazione poggia su insufficienza di prove, non su infondatezza. Aspettatevi nuove sorprese.

Può spiegarsi meglio?
Le sorprese potrebbero arrivare dalla pubblicazione dei documenti del centro Sismi di Beirut, di cui è ancora vietata la divulgazione.

Nell’aprile scorso il Senato ha chiesto al governo di abolire il segreto di Stato dalle carte relative al rapimento Moro. In quei documenti potrebbero esserci anche preziosi frammenti di verità storica sulla strage di Bologna?
Dalla commissione Moro possono arrivare nuovi documenti sul “lodo” con i palestinesi, che è ormai il segreto di pulcinella.

Un aspetto che accrediterebbe la vostra tesi, approfondito nel libro “I segreti di Bologna”, è la presenza nel capoluogo emiliano, la sera prima della strage, del terrorista tedesco Thomas Kram. Che importanza assume questo elemento?
Si tratta di un uomo che la Stasi (servizio segreto della Germania dell’Est, ndr) indica come membro del “gruppo Carlos”, il quale compiva azioni anche per conto dell’Fplp. La procura di Bologna ha ritenuto ingiustificata la sua presenza a Bologna il giorno della strage. Non basta per rinnovarlo a giudizio ma è sufficiente per porsi un interrogativo inquietante.

Un altro punto cruciale si trova nell’ultimo capitolo del vostro libro e riguarda la presunta sparizione di uno degli ottantacinque cadaveri, quello di una donna…
Parliamo del cadavere di una vittima sicuramente innocente che non può essersi disintegrata, come invece suggerirebbe la versione ufficiale. Qualcuno forse ha inquinato la scena del crimine, occultando questo corpo. E per qualcuno mi riferisco a coloro i quali organizzarono i vari depistaggi dell’inchiesta. La chiave dei segreti di Bologna è li. Le risposte agli interrogativi emersi da questo elemento potrebbero rappresentare il punto di partenza per la ricerca della verità.

L’esplosione dell’ordigno potrebbe essere stata accidentale? Se così fosse, perderebbe consistenza l’ipotesi della ritorsione da parte di organizzazioni palestinesi…
Potrebbe trattarsi di una esplosione prematura, che è una cosa più complessa. L’ipotesi è che l’obiettivo da colpire fosse un altro e che Bologna fosse la base di partenza o il luogo dello scambio dell’esplosivo.                  

Qualcuno ha bollato lei e il giudice Rosario Priore, per via del vostro libro, di essere dei “depistatori”. Che effetto le ha fatto questa accusa?
Le accuse contro il presidente Priore e il sottoscritto denotano una carenza di argomenti. Le accetto in silenzio perché rafforzano le mie opinioni.

Quali sono gli aspetti della “verità giudiziaria” sulla strage di Bologna che la convincono meno?
Mancano i mandanti, manca il movente e il testimone che accusa Giusva Fioravanti (uno dei tre condannati come esecutori materiali della strage, ndr) di essersi vestito da tirolese, in Paesi come Francia o Inghilterra non sarebbe stato neppure fatto entrare in tribunale. Fioravanti avrebbe avuto la patente falsa di una persona nata nel Salento e residente a Milano. È a dir poco azzardato ritenere credibile che un attentatore possa essersi agghindato da tirolese girando con il documento falso di un tale nato nel Salento e residente a Milano. Aggiungerei inoltre che questo testimone è stato protagonista di una grave frode, essendo stato scarcerato grazie a una diagnosi che attestava un tumore in realtà inesistente.

Ma secondo lei l’Italia è culturalmente pronta a confrontarsi con una verità storica sui suoi grandi misteri diversa dalle ricostruzioni giudiziarie prodotte finora?
Sono stati compiuti passi in avanti. Le “verità politiche” piacciono ancora, ma meno del passato. Aumenta il numero di storici che vuole fare ricerche senza pregiudizi ideologici. Il futuro è loro.

Cosa intende per “verità politiche”?
Intendo le ricostruzioni faziose gradite a chi vuole usare le grandi tragedie italiane solo per colpire i propri avversari.

FONTE: In Terris