Il tatuatore di Auschwitz, ecco cosa ha tenuto segreto per 50 anni

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Il tatuatore di Auschwitz. Nessuno ha conosciuto il suo segreto per 50 anni

  • di Dominika Cicha

Un’ex internata nel campo di concentramento mostra il numero che ha marcato sul braccio

Solo dopo la morte di sua moglie ha parlato apertamente di quello che aveva fatto ad Auschwitz. Oggi sappiamo che molti dei numeri tatuati sugli avambracci degli internati nel campo di concentramento vennero fatti da lui…

Lale apre la pelle delicata con un ago. Il 3 si vede a malapena, quindi deve ripetere l’operazione. Il sangue inizia a schizzare dal braccio della ragazza, ma il suo volto non mostra alcuna emozione. Aspetta pazientemente finché l’inchiostro verde riempie la ferita. 34902 diventa il suo nuovo nome.

Cedendo a un impulso improvviso, lui le stringe la mano un po’ di più. Vuole incoraggiare la giovane ragazza ebrea? “Sbrigati”, viene esortato da una voce impaziente alle sue spalle. Quando si volta la ragazza è andata via. 50 anni dopo dice che quel giorno ha tatuato il suo numero nel proprio cuore.

Lale Sokolov, alias Ludwig Eisenberg

Arriva al campo ben vestito, in abito, camicia bianca e cravatta. Si offre volontario per lavorare per i tedeschi. In cambio i suoi genitori, sua sorella e suo fratello non devono essere perseguitati. Spera che l’aspetto elegante, il denaro che ha in tasca e la sua abilità nelle lingue (parla tedesco, slovacco, russo, francese, ungherese e polacco) lo aiutino a ottenere un buon lavoro. Ha 26 anni e una brillante carriera davanti a lui.

Neanche è sceso dal treno, un carro bestiame pieno di esseri umani, che gli viene ordinato di gettare la valigia a terra. “Come sapranno poi qual è la mia?”, si chiede. Quando arriva al cancello con su scritto Arbeit macht frei e sente un uomo che si presenta come Rudolf Höss dire “Benvenuti ad Auschwitz. Lavorate sodo e sarete liberi” capisce e si dice: “Fa’ quello che ti viene detto e non alzare mai gli occhi”.

Il crimine: essere ebrei

Gli viene dato un foglio con il numero 32407, e dopo un po’ di tempo passato in fila qualcuno tatua una serie di numeri sul suo avambraccio. La ferita sanguina abbondantemente. Da quel momento l’inchiostro verde sigillerà la sua nuova identità. Si dice: “Sopravvivrò per lasciare questo luogo da uomo libero”.

Il suo primo lavoro implica l’estensione del campo di Birkenau. Impara ad essere umile, non opponendosi a nessuno e stabilendo nuovi contatti. Purtroppo contrae presto la febbre tifoide.

Mentre viene trasportato in stato di incoscienza su un carro pieno di cadaveri, uno dei prigionieri lo tira giù rischiando la propria vita. Lale si alza dopo otto giorni di grave malattia, curato da un recluso più anziano. Si chiama Pepan, è un accademico di Parigi che lavora come tatuatore nel campo di concentramento. Il francese vuole che Lale diventi il suo assistente; un uomo che conosce tante lingue potrebbe sicuramente essergli utile. Lale ha paura al pensiero di infliggere dolore ad altre persone, ma dopo un po’ accetta perché quel lavoro potrebbe aumentare le sue possibilità di sopravvivenza.

Prigioniero numero 34902. Gita Fuhrmannova

Qualche settimana dopo, all’improvviso Pepan scompare. Lale non saprà mai cosa gli sia accaduto. Gli viene offerta una piccola stanza in cui vive da solo; condivide le razioni supplementari di cibo che riceve con gli altri prigionieri. Si sente come un re, ma è pienamente consapevole del fatto che un giorno o l’altro potrebbe essere definito un collaborazionista.

Una domenica Lale vede la ragazza di cui ricordava così bene gli occhi e il numero. Si trova con un gruppo di donne ebree. Gli sguardi che si lanciano vengono intercettati da Stefan Baretski, un ufficiale delle SS, la guardia del tatuatore. “Che bella ragazza. Vuoi parlarle? Scrivile. Ti porterò carta e penna. Sai come si chiama?” Lale resta in silenzio.

Ci si può fidare del nemico?

Alla fine Lale cede e scrive una breve lettera alla ragazza, chiedendole se le piacerebbe incontrarlo. Quando dà il testo all’ufficiale delle SS si rende conto del rischio che sta correndo e di quello a cui sta esponendo la ragazza. Lei risponde alla sua lettera. Lavora allo smistamento degli effetti personali dei prigionieri. Viene dalla Slovacchia e sì, lo incontrerà domenica.

Quando parlano per la prima volta, lei gli dice solo il suo nome: Gita. Non aggiunge altro.

“Non sono che un numero. Dovresti saperlo. Me lo hai dato tu”.
“Non ti sto chiedendo chi tu sia qui. Chi sei fuori da questo posto?”
“Non c’è più un ‘fuori’. C’è solo questo luogo”.
“Mi chiamo Ludwig Eisenberg, ma mi chiamano Lale. Vengo da Krompakha, in Slovacchia. Ho madre, padre, un fratello e una sorella. Tocca a te”.
“Sono il prigioniero numero 34902 di Birkenau, Polonia”.
“Puoi promettermi una cosa?”
“Cosa vuoi che ti prometta?”
“Prima di lasciare questo posto mi dirai chi sei e da dove vieni”.
“Te lo prometto”.

I due si incontrano più spesso che possono. Fanno progetti per il futuro. Lale tatua* centinaia di prigionieri, ma quando non ci sono più nuovi trasporti è in una strada senza uscita. Viene coinvolto nel contrabbando. È assistito dalle ragazze che smistano i bagagli dei nuovi arrivati e a volte riescono a nascondere oggetti di valore. Lale li scambia per cibo supplementare, medicine e perfino cioccolato.

Il tatuatore di Auschwitz

Lale cerca di aiutare chiunque, mettendo ripetutamente a rischio la propria vita.
Quando un prigioniero condannato a morte per aver cercato di fuggire dal campo va da lui, Lale cambia il suo numero di tatuaggio in un serpente, e con l’aiuto di un’infermiera lo fa inserire in una lista di reclusi da trasferire in un altro campo. Tutto questo avviene solo poche ore prima dell’esecuzione.

Gli ufficiali delle SS sono sempre in allerta. Lale incontra spesso il dottor Mengele, che fischiettando operette cerca cavie tra i prigionieri tatuati. Mengele si sporge verso di lui e lo deride dicendo: “Un giorno verrò per te, tatuatore”.

Anche se spesso è stato sul punto di morire, però, Lale è ancora vivo.

Lale e Gita, una storia d’amore

Nel 1945 Gita si unisce a un gruppo di donne pronte a marciare fuori dal campo. All’ultimo momento riesce a gridare il suo cognome all’amato: Fuhrmann. Lale viene mandato a Mauthausen, e dopo molte prove e tribolazioni ritorna nella sua città natale. Lì viene a sapere che i suoi genitori e il fratello con tutta la sua famiglia sono morti. Solo sua sorella è sopravvissuta, e gli dice di cercare Gita. Ma come?

Gita riesce a lasciare la marcia della morte con le sue amiche. Si nasconde nella foresta e nella casa di brave persone per qualche settimana. Alla fine arriva a Cracovia, e incoraggiata da qualcuno inserisce il suo nome su una lista della Croce Rossa. In seguito va a Bratislava su un camion pieno di verdura.

Lale sente che gli ex prigionieri si possono trovare spesso alla stazione ferroviaria di Bratislava. Resta nei pressi della stazione per qualche settimana, e alla fine viene a conoscenza della lista della Croce Rossa.

Lui e Gita si incontrano per strada. Si sposano nello stesso anno, il 1945, e assumono il cognome russo Sokolov. Lale apre un’impresa tessile ma viene presto arrestato. Quando riesce ad essere rilasciato parte con Gita per Vienna; poi, via Parigi, arrivano a Melbourne, in Australia.

Il figlio Gary nasce nel 1961. Lale porta avanti la sua impresa, mentre Gita disegna abiti femminili. Solo le persone a loro più vicine e più care sono a conoscenza della loro storia per quasi cinquant’anni. Lale sente di non doverne parlare a nessuno. Teme di essere accusato di collaborazionismo con i nazisti. Cambia idea dopo la morte di Gita, nel 2003, quando incontra la scrittrice Heather Morris. Parlano un po’ di volte a settimana per tre anni, e questi incontri portano al libro The Tattooist of Auschwitz (Il Tattuatore di Auschwitz, per ora disponibile solo in inglese). Lale muore nel 2006.

Presto diventa evidente che i suoi genitori sono morti ad Auschwitz; sono stati condotti alle camere a gas non appena arrivati al campo.

Dopo essere emigrati, Gita visita qualche volta l’Europa, mentre Lale non ha mai voluto tornare.

* Come si legge su Auschwitz.org, “i tatuaggi nel campo di Auschwitz sono iniziati nell’autunno 1941. Le autorità del campo decisero di usarli per identificare i prigionieri di guerra sovietici. Il numero veniva tatuato sul lato sinistro del petto del prigioniero usando un timbro metallico con dischi rimovibili in cui venivano inseriti degli aghi, formando numeri specifici. Un unico colpo con un timbro con l’inchiostro sul petto bastava a imprimere l’intero numero. Dalla primavera del 1942, le autorità del campo ordinarono di tatuare il numero sull’avambraccio sinistro, anche se la pratica di tatuare il petto continuò. Si iniziarono a usare aghi fissati su un supporto di legno e intinti nell’inchiostro per pungere la pelle a formare dei numeri”.

** Ho usato il libro di H. Morris The Tattooist of Auschwitz, pubblicato nel gennaio 2018.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Fonte: Aleteia