Teofobia: non credo perché è assurdo, credo perché sarebbe assurdo il contrario

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Viva Dio

  • di Marcello Veneziani

Visto che si parla tanto di fobie, xenofobie, sessuofobie, omofobie e via dicendo, vorrei parlarvi della diffusa teofobia, o avversione a Dio.

Siamo invasi da teofobi che scrivono necrologi su Dio e organizzano festosi cortei per celebrare la sua inesistenza. Ora nel nome di Darwin o di Copernico, ora nel segno della Tecnica, dei Lumi, a volte nel solco del Superuomo o dell’Umanità. Siamo stati invasi da summe ateologiche che conclamano la vanità, la falsità, l’irrealtà di Dio; penso ai testi di Hitchens, Dawkins, Onfray, Swarz, Harris e da noi Odifreddi, Pievani, Franceschelli, Sgalambro, Hach, solo per citare alla rinfusa un mucchietto di annunciatori che Dio non esiste e se mai è esistito un suo fantasma nella storia, ora è morto.

Lo dicono con allegria e presunzione, non col maestoso e tragico coraggio degli atei anarchici e iconoclasti di una volta, quelli che portavano il lutto di Dio vestendo sempre di nero e che osavano sfidare l’Onnipotente con terribili prove del fuoco. Uno degli ultimi atei eroici fu Giuseppe Rensi, un filosofo religioso ma scettico, socialista e massone. Uno dei più coloriti coetanei fu Mussolini Benito, come allora si firmava quand’era ancora compagno, che per dimostrare l’inesistenza di Dio Gli dette un minuto per fulminarlo; e quando ciò non accadde, convinse la rozza platea militante dell’inesistenza di Dio o perlomeno la sua impotenza.

C’è un’ondata massiccia di ateismo che contraddice il silenzio e la distrazione degli anni passati; ieri si evitava di parlarne, di dichiararsi atei, si preferiva essere atei sul piano pratico, senza professarsi. Oggi c’è un clima epocale che esorta all’outing irreligioso, vuoi per sfregio alla fede e ai fedeli, vuoi per scientismo e civetteria, vuoi per esplicitare un tratto implicito dell’egocentrismo odierno. In fondo, l’Io è Dio che ha perso la testa.

Non farò un predicozzo in favore di Dio, non ho il titolo né l’autorità per farlo e nemmeno la voglia e la convinzione. Vorrei piuttosto praticare lo scetticismo inverso sulla certezza dell’ateismo, insinuare dubbi, seminare pulci nelle orecchie. Un tempo i credenti, e anch’io da ragazzo, sbrigavano la faccenda con un colpo di forza. Credo quia absurdum, diceva Tertulliano, e così il dubbio veniva spazzato via da un atto di fiducia nell’Assurdo. State contenti umana gente al quia, ripeteva Dante; non tormentatevi con il Gran Perché, accettatelo con un atto di fede.

Invece con gli anni mi sono convinto dell’opposto. Ho provato a immaginare, mentre ero in volo, il cielo vuoto, l’inesistenza accertata di Dio, e mi sono ritratto come davanti ad un Impossibile. Dio è l’Intelligenza del mondo e noi siamo nell’intelligenza di Dio o non siamo. Non credo perché è assurdo, ma credo perché sarebbe assurdo pensare il contrario.

Un mondo privo di intelligenza è impensabile. Ogni evento, atto, pensiero, sentimento presuppone una causa e un effetto, un ordine, una sequenza. Cioè presuppone un’Intelligenza. Senza un’intelligenza non c’è il mondo, non c’è il ripetersi del giorno e della notte, il movimento dei pianeti e delle stelle, il ciclo della vita, l’ordine dell’universo, la sua musica e il suo silenzio. Non tutto è spiegabile, ma tutto rientra nel segno e nel disegno di un’intelligenza superiore che in parte cogliamo, ma di cui rintracciamo un percorso ordinato, orientato. Dio è il nome che diamo all’Intelligenza e al suo disegno.

Taluni si spingeranno oltre, a pensare che oltre l’intelligenza Dio abbia un giudizio e perfino una giustizia, emani la Bellezza o la Bontà. Ma non riusciamo a connettere senza l’Intelligenza che collega le cose e le orienta; cessiamo di essere umani, cioè pensanti e viventi, se neghiamo il senso e l’intelligenza. Non riusciremmo a fare un solo passo, una sola scelta. Sbagliamo? Non siamo in grado di pensare il contrario di ciò che ci permette di pensare, non possiamo uscire dalla testa per giudicare se abbiamo torto o ragione.

E allora tanto vale scommettere sull’essere anziché sul niente, meglio scommettere sull’intelligenza piuttosto che sul suo rovescio. Il Dio che amiamo o che oggi viceversa neghiamo, è in realtà l’immagine di Lui che ci ha tramandato l’epoca da cui veniamo; e quel Dio può tramontare perché non è Dio a morire ma come è stato immaginato in quell’epoca, con quella mente.

Dio è morto, ripete Galimberti, certo, è morto altre volte ed è rinato altrettante volte perché ogni epoca cerca un Dio all’altezza del suo linguaggio, della sua sensibilità, del suo modo di percepire. Quel che muore è il Dio che è in noi e non l’Intelligenza che indichiamo con quel breve nome. Dio è la nostra incompiutezza, è quel che ci manca, quel che non siamo; ma è anche il tutto di cui siamo parte, ma il tutto non è composto dalle sue singole parti, è qualcosa di più, che trascende la somma delle parti.

Ho letto in questi giorni dimostrazioni dell’inesistenza di Dio francamente puerili, presuntuose, non migliori delle prove miracolistiche o irrazionali della sua esistenza. Se cristiano sta per cretino, come spiega Odifreddi, ateo sta per idiota, cioè incapace di pensare all’Intelligenza del mondo, chiuso nel recinto privato della sua mente. Chiamiamo caso quel che non riusciamo a spiegare; Caos è il nome che diamo alla nostra abissale ignoranza. Senza Dio sono sorti tanti piccoli dei. Ognuno si fa il suo dio. Idolatrie. Al tempo dei Lumi la Ragione scacciò Dio; ma è la Ragione a chiedere di Lui se non vuole impazzire.

Vorrei quasi dire: non credo in Dio ma penso in Dio. E’ tempo di trasgredire all’ateismo militante e scrivere sui muri della mente Viva Dio. Scriverlo non ci costa nulla, cancellarlo ci costa tutto.

Fonte: Marcello Veneziani

1 commento

  1. Una sera, a cena, con amici, si discuteva appunto di deità e non potei trattenermi dal confessare:”…Il Giorno del Giudizio, se avrete modo di passare davanti a San Lorenzo e vedere su un gradino un mucchietto di cenere, sarete certi che io ho già incontrato l’Angelo e gli avrò detto quel che ne penso…”
    Non so se sono ateo. Nella mia mente, se io lo fossi, vorrebbe dire che lo siamo tutti: non siamo noi a decidere, non ci sono scelte da operare o ragionamenti per sostenere una o l’altra tesi.
    Questo è un modo di ragionare antropocentrico, mentre l’argomento, inevitabilmente, andrebbe osservato da ben altro punto di vista, “teocentrico” appunto, dato il “peso” del nostro imperscrutabile interlocutore.
    Ma, ahimè, nulla ci viene da sì alto scranno, né un indizio né una consolazione, solo un dispettoso silenzio, nonostante millenni di asceti, penitenti, giudici e giustizieri.
    Ogni considerazione possibile pone le sue basi esclusivamente sulla nostra fallace fede o su una claudicante logica, entrambe prone di fronte all’imperio della Verità che, di volta in volta, viene stabilita dal potente di turno.
    Alla fine siamo dunque noi a decidere se esista o meno qualcosa la cui natura, volontà, origine e scopo è inevitabilmente stabilita allo stesso modo.
    Personalmente ho trovato una soluzione accettabile e sostenibile, per la mia coscienza e per la mia ragione, e per gli infiniti dilemmi che affliggono entrambe. Ma vale solo per me e, quindi, dubito fortemente che si tratti di un dio.
    Dà uno strano senso di euforia la consapevolezza di essere “soli” ad affrontare la vita e poi la morte.
    C’è un seguito? Si vedrà.

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