Unar, un bidone costa tanto per non fare nulla

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  • di Tommaso Scandroglio

800 euro. Questo è il costo a carico della collettività per ogni singola chiamata effettuata presso il numero verde dell’Unar, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, quello stesso ufficio pizzicato dalle Iene qualche mese fa a sovvenzionare con soldi pubblici postriboli gay dove si praticava la prostituzione e svariate parafilie. Il numero quindi non  è per niente verde, ma anzi nero, nero della rabbia dei contribuenti che sborsano una enormità di soldi per il centralino dell’Unar.

A rivelarlo non è un baciapile ultraconservatore cattolico, bensì il giornalista Thomas Mackinson de il Fatto Quotidiano, testata non certo sospetta di partigianeria pro-etero. Ricordiamo infatti che l’Unar, ente governativo che fa capo al Dipartimento pari opportunità, è stato istituito soprattutto per diffondere il credo Lgbt in Italia.

Il primo punto che emerge dall’inchiesta de il Fatto è che le persone omosessuali non sono discriminate. Lasciamo la penna a Mackinson il quale ci rivela che “nel 2015 il Contact Center dell’Unar ha gestito 2.235 chiamate delle quali 1.814 considerate poi ‘pertinenti’, 421 no ed erano errori di chiamata o magari richieste di prenotazione di viaggi o di lettura della bolletta. In ogni caso chiamate ‘non pertinenti’”. Sono poche o sono tante 1.814 chiamate? Che ci risponda sempre l’insospettabile giornalista de il Fatto: “E’ un numero relativamente basso”. Mackinson si stupisce dato che viviamo in un Paese, secondo lui, “ad alto tasso d’insulti e intolleranza” e addebita  l’esiguità delle chiamate al fatto che il servizio non è conosciuto. Non stanno così le cose dato che molti altri indici ci dicono che le persone omosessuali non sono discriminate. Le chiamate sono poche perché non ci sono discriminazioni e quelle poche comunque dovrebbero essere verificate nelle loro veridicità: una cosa è asserire di essere stato discriminato, un’altra è esserlo veramente.

Si penserà poi che tutte le chiamate che riceve l’Unar riguardano le persone omosessuali, ma la realtà anche in questo caso è diversa. Andiamo a prendere l’anno 2016 in cui, come sottolinea  Mackinson, le segnalazioni “sono state 2.939 e 290 sono state giudicate dalla stessa Unar ‘non pertinenti’. Quelle effettivamente legate a episodi di discriminazione sono state grosso modo 2.600, il 64% relative a discriminazioni etnico-razziali, il 16,4% contro i disabili, l’8,5% di genere e quelle per età il 4,7”. Insomma pochi chiamano e pochissime sono le persone omosessuali, circa 230.

Secondo punto: l’Unar è una macchina mangiasoldi dei contribuenti. “Proprio in questi giorni – fa sapere il giornalista – è stato pubblicato il bando per la prossima gestione biennale ?del centralino ?che comprende ricezione, compilazione scheda, report finale e monitoraggio attività. Costo: 1,9 milioni di euro più Iva”. Le cose negli anni passati non sono andate diversamente. Fatti due conti il giornalista infatti conclude che “una chiamata ricevuta nel 2016 è costata 788,70 euro, 891,5 se si contano solo quelle ‘pertinenti’. Roba che il chiamante accorto potrebbe farsi lo scrupolo tra la tutela dalla discriminazione subita e dal costo che la denuncia ha generato per la collettività”. Ma perché costa così tanto un centralino telefonico? Perché dietro alla cornetta c’è uno stuolo di persone assunte per combattere contro i mulini a vento della discriminazione: “C’è però un motivo se fare antidiscriminazione oggi costa tanto. Specie chi se si decide di comprare sul mercato – e non cercare nella stessa pubblica amministrazione – i servizi di hosting/manutenzione e tutto il gruppo di lavoro che ci sta dietro, composto da ben 12 persone scelte fuori dall’ambito pubblico tra cui il coordinatore, 5 operatori esperti (uno per ciascuna categoria e cioè etnico-razziale, 1 rom Sinti e Caminanti, 1 Lgbt, uno per età e disabilità), 4 mediatori culturali, un esperto statistico e un informatico, due giuristi, un addetto stampa”.

Si obietterà: lavoreranno come muli h24 tutte queste persone. Falso. Sempre il Fatto ci rivela che “il capitolato tecnico precisa che il centralino multilingue gratuito (per chi chiama) ‘è attivo quotidianamente dalle 11 alle 14 con la presenza di un operatore’ e, per la restante parte della giornata, dalle 8 alle 11 e dalle 14 alle 20, attraverso la segreteria telefonica”. Una segreteria telefonica milionaria. La discriminazione gay poi è fenomeno così grave ed urgente che pregassi di chiamare quando si vuole, ma non a pranzo e a cena e mai di sera, tantomeno di notte. Insomma fatevi discriminare negli orari giusti. Vien quasi voglia di proporsi dando il proprio numero di cellulare all’Unar per sopperire al servizio nelle ore in cui è attiva la segreteria telefonica chiedendo un decimo dei soldi attualmente spesi.

Dato che presso la Pubblica amministrazione non mancano di ironia si è scoperto inoltre che il centralino dell’Unar è poi inutile perché un doppione. Nel 2010 il Ministero dell’Interno ha attivato Oscad, acronimo che sta per Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, un organismo interforze che fa capo alla Direzione centrale della polizia criminale a cui ci si può rivolgere in caso di discriminazione. Anche in questo caso, sottolinea Mackinson, le segnalazioni ricevute sono poche.

Prima morale della favola dell’orrore: si spende una valanga di denaro pubblico per un’esigenza sociale inesistente, pagando per servizi inutili e non continuativi, stipendiando più persone di quelle che servono e non risparmiando perché non si fa lavorare personale già assunto dalla P.A., per di più duplicando un servizio già esistente. E’ ovvio che l’Unar è solo un pretesto per accumulare quattrini da spendere chissà per quali finalità. La bandiera arcobaleno è unicamente un vessillo sotto cui è utilissimo mettersi per far cassa, vessillo intoccabile come la croce rossa sulle ambulanze negli scenari di guerra.

Seconda morale della favola dell’orrore: sono la giustizia e il pudore ad essere discriminati.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana